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I metodi di uno stato mafioso

Oggi cercavo notizie su Gianfranco Miglio e sulla sua parabola politica conclusasi con l’uscita dalla Lega e con la rottura con Bossi. Sapevo che questi eventi avevano spinto Miglio a raccontarli nel libro  “Io, Bossi e la Lega. Diario segreto dei miei quattro anni sul Carroccio” (Milano, A. Mondadori, 1994. ISBN 88-04-39395-5) cerca e cerca mi imbatto in questo articolo dall’archivio del Corriere. A scanso di censure me lo son salvato, non si sà mai. Qui voglio farvi notare questo:

“Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega, li farò pentire: nelle località’ che piu’ simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della guardia di finanza e della polizia; anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti, i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace…”.

Francesco Cossiga , 26   maggio 1990 parlando al telefono con Gianfranco Miglio

Ora il nostro Cossiga non è stato un presidente qualunque. È stato il ministro dell’interno negli anni di piombo, è stato a capo di Gladio, conosceva i metodi dei servizi segreti. Metodi mafiosi, criminali.  Come criminali erano i metodi che suggeriva anni più tardi per sedare il dissenso universitario nel 2008:  “evitare di chiamare in causa la polizia, ma screditare il movimento studentesco infiltrando agenti provocatori, e solo allora, dopo i prevedibili disordini, «le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale»” (fonte Wikipedia).

Ora datemi del dietrologista ma se un ex-presidente della repubblica, ex-ministro dell’interno, ex-primo ministro dello stato italiano (notate le minuscole “spregiative”) si permette candidamente di suggerire questo genere di azioni vuol dire che metodi di questo genere sono ampiamente utilizzati, anche dai servizi segreti da pezzenti di questo stato.

Diffusione di un "certo" cognome
Diffusione di un “certo” cognome

Ed io non dovrei credere che non riuscendo ad infilargli droga in macchina – il giochetto era stato smascherato da Miglio – non siano passati a sistemi più sopraffini, come per esempio infiltrare qualcuno di origine “terrona”, pardon calabrese?

Io quando vedo diagrammi come questo non riesco a non pensare male. Ma di certo è un’impressione. Sì di certo mi sbaglio! No, vedere che la concentrazione maggiore di quel cognome è in una certa regione dove nacque, prospera e comanda una certa organizzazione il cui nome comincia con un apostrofo non mi deve far pensar male. No, certo non in uno stato dove un anno si e l’altro pure si vocifera di trattative stato-mafia. Non stò neanche a metter collegamenti, tanto è palese la cosa.

Poi ovviamente i metodi mafiosi si applicano anche anche alla riscossione del pizzo, ops, delle tasse.

L’articolo continua con una sintesi dell’opinione che Miglio si era definitivamente fatto di Bossi suo ex alleato: bugiardo, ignorante, imbroglione, geloso, vagamente mitomane, autocelebrativo in modo imbarazzante, isterico, arrogante, primitivo. Quanto sembrano profetiche col senno di poi tutte queste opinioni.

Per concludere non hanno attuato la minaccia di Cossiga. Al posto di andare a beccare l’evasione vera si sono accaniti sulle stesse zone che il sardo voleva fustigare.

Infine un invito: se qualcuno riuscisse a trovare una copia di questo fantomatico libro di Miglio me lo faccia sapere, perché vorrei davvero approfondire l’argomento ed è introvabile. I riferimenti precisi sono Gianfranco Miglio “Io, Bossi e la Lega. Diario segreto dei miei quattro anni sul Carroccio” Milano, A. Mondadori, 1994. ISBN 88-04-39395-5. Anche fotocopiato/scansionato.

Autore:

La Dea Tutte mi ha inviato a combattere il demone dell'evanescenza, fin dalla pianura che non deve essere nominata

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