Pubblicato in: Citazioni, Facce da gluteo

Il più grande evasore: trenta miliardi!

Il più grande evasore dell’intero universo si è auto-denunziato!

Questa mefitica organizzazione criminale, che affama le vecchie e picchia i bambini rubando loro la merenda finalmente è venuta allo scoperto!

Chi sarebbe questo grande evasore, questo criminale, questo essere immondo che ha evaso per anni cifre stratosferiche, nell’ordine delle  decine di miliardi di Euro? Qual’è il nome di questa organizzazione mafiosa, che la Spectre gli fa un baffo?

Lo Stato Italiano.banda-bassotti

Lo Stato Italiano è l’evasore più grande!

Per la precisione ha evaso qualcosa come trenta miliardi di Euro di contributi.

Lo Stato, sì, davvero, lo stato italiano! Sì, lo stesso che se non versi le tasse in anticipo scatena i mastini di Equitalia e ti pignora anche la nonna!

Per la serie fate quello che vi impongo ma non quello che faccio.

La notizia l’ho letta su Il Fatto Quotidiano. E molti di voi non l’avranno letta: stando infatti alla grande G – cui auguro di rimanere sempre benevola che da un grande potere derivano grandi responsabilità – la notizia è stata pubblicata su 17 testate:

  1. Libero,
  2. il Giornale dell’Umbria
  3. Il Giornale
  4. Bergamo News
  5. Il Velino
  6. SuperMoney News
  7. Business Online
  8. SuperMoney News
  9. Italia oggi
  10. Rinascita

Oltre alla terribile scoperta – a Mountain View non sanno più contare! – noto una cosa che sicuramente avrete notato anche voi: dov’è l’articolo di Repubblica, dov’è l’articolo del Corriere della Serva, dov’è il pezzo del Il Sole 24 ore? Con l’esclusione di Libero e de Il Giornale non ci sono i grossi giornali. Ok, alcuni di voi diranno che Libero ed Il Giornale non sono giornali, ma tant’è.

Amisci miei, cosa significa questo? Lungi da me voler fare il complottista questa non tanto velata forma di censura può essere stata ordinata da politici, poteri forti, poteri obesi, alieni, rettiliani eccetera oppure potrebbe essere una forma di auto-censura attuata dai direttori dei grandi giornali.

La scusa sarebbe di non provocare disordini e tensioni sociali mentre temo che il motivo più pregno sia il solito: dindi, danaros, danne, money, soldi. I soldi che lo stato passa a questi media sovvenzionati e pachidermici. Media pachidermici che come RCS hanno bisogno di quei contributi per non morire.

Probabilmente la realtà è un sano miscuglio di queste due pulsioni: i politici fan pressione sulla stampa per non far trapelare questa notizia e la stampa sovvenzionata fa buon gioco per non perdere le sovvenzioni da cui dipendono.

Motivo ulteriore per chiedere la soppressione dei contributi all’editoria e per diffidare terribilmente di tutti i media mainstream.

Ma tralasciamo la dietrologia e torniamo all’evasione. Una simile evasione non si organizza in due ore al bar o con una cena dal commercialista e non si festeggia alle isole Kayman con aragoste e champage; quella è l’evasione da 90 miliardi di Fini, di cui Cainarca parla diffusamente nei suoi interventi radiofonici.

Create questa voragine ha richiesto una organizzazione criminale vanta migliaia di aderenti, sia consci che inconsci, più una pletora di collaborazionisti. Chi sono gli iscritti a questa cosca? Sono tutti gli impiegati statali degli uffici paghe, ovvero le persone che negli anni avrebbero dovuto prendere i soldini dalle casse di comuni, provincie, regioni e ministeri e versarle all’INPS. Decine di migliaia di amministrativi nelle pubbliche amministrazioni che non hanno compiuto il loro dovere. E i dirigenti che dovevano controllare l’operato degli impiegati dov’erano? Erano forse loro, su pressioni dei politici amministratori ad ordinare di non pagare. Tanto cane non mangia cane.

Ma gli impiegati pubblici sono pur sempre pubblici ufficiali. Ed il pubblico ufficiale non è un comune cittadino: ha il dovere di denunziare i crimini che vede commessi. E se il suo dirigente gli ordinava di non versare i contributi doveva denunciarlo alla magistratura.

Dove sono le migliaia di denunzie dei solerti ed onesti dipendenti pubblici? Forse non sono solerti. Di sicuro non sono onesti.

Quindi mie care maestre, quando non riceverete la pensione andate ad incazzarvi con la vostra amica amministrativa che non vi ha versato i contributi e non prendetevela col malvagjio politico. La casta siete voi dipendenti pubblici che non avete fatto il vostro dovere che era nella peggiore delle ipotesi denunciare alla magistratura.

Ed i magistrati dall’azione penale obbligatoria?

E la corte dei conti?

Ma soprattutto in quale razzo di dimensione parallela hanno vissuto i dirigenti dell’INPDAP per tutti questi anni? Dov’erano quando c’era da riscuotere i contributi inevasi? Come potete notare questa voragine è stata provocata dalla somma di innumerevoli e persistenti omissioni, inadempienze, connivenze, scambi di favori.

Non sarebbe avvenuta se l’INPDAP fosse stato un ente indipendente. Sarebbe andato a battere cassa e a chiedere gli espropri alle amministrazioni statali morose.

E perché non lo fa ora con il suo braccio armato? Perché ora che è stata trapiantata dentro all’INPS come un bubbone canceroso non ricorre allo sceriffo di Nottingham ovvero Equitalia? Eppure l’INPS possiede il 49% di Equitalia.

Il commento di Leonardo Nessuno “Pensioni molto facili” illustra molto bene questa infinita catena di favoritismi:

Due leggi molto particolari consentono poi ai sindacalisti di farsi un’ottima pensione. A costo bassissimo per il sindacato, ma a costo elevato per le casse dell’Inps.

La prima leggina risale al 1974 e prende il nome da Giovanni Mosca, deputato socialista, in precedenza leader della Cgil.

Una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato o del partito (la norma riguardava anche i partiti politici) ha permesso di riscattare, al costo dei soli contributi figurativi, interi decenni di attività, a partire dagli anni Cinquanta.

Di proroga in proroga (l’ultima è scaduta nel 1980), alla fine la leggina che doveva sanare poche centinaia di casi è servita a quasi 40mila lavoratori (o presunti tali) di sindacati e partiti.
Tra loro: Armando Cossutta, Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Sergio D’Antoni, Pietro Larizza, Franco Marini, Ottaviano Del Turco, la scomparsa Nilde Iotti. Pci e Cgil in prima fila: 8mila i funzionari regolarizzati dal partito comunista, 10mila quelli sanati dal sindacato “cugino”. Costo complessivo per l’Inps: attorno ai 10 miliardi di euro.
Nessuno a sinistra gridò allo scandalo. Neanche dopo, quando le inchieste della magistratura portarono alla luce, tanto per dire, casi di funzionari che avevano dichiarato di aver iniziato a lavorare sin dalla tenera età di cinque anni.

Un’altra leggina, stavolta voluta dall’Ulivo (decreto n. 564 del 16 settembre 1996), firmata dall’allora ministro del Lavoro Tiziano Treu, vicino alla Cisl, prevede che i sindacalisti in aspettativa possano godere di un ulteriore versamento da parte del sindacato, che si va a sommare ai normali contributi figurativi a carico dell’Inps. Garantendo così, di fatto, una pensione doppia. Identico privilegio è previsto per i sindacalisti distaccati. Questo regime speciale oggi è concesso a circa 1.800 sindacalisti, dei quali ben 1.300 fanno capo alla Cgil.

Purtroppo le vittime di questo schema piramidale la pagheranno molto salata; le vittime sono tutti i dipendenti pubblici che non erano nel settore paghe e contributi, ma anche i cittadini tutti perché per l’ennesima volta gli stessi autori di questo ladrocinio cercheranno di mungere il cittadino.

Sempre che non si ribelli.

Da ultimo lasciatemi notare che il nostro eroe, il Mastrapasquamastrapasqua ha una faccia da gluteo di elefante. Come si fa a dire che la società che stai amministrando perde soldi ed è destinata a chiudere bottega nel giro di 3 anni quando tu prendi un milione duecentomila euri di stipendio

Dimmeglo, dai, Mastrapasqua faccia da gluteo.

Non ci sono solo i debiti verso le imprese. Per molti anni, la pubblica amministrazione non ha versato i contributi previdenziali all’Inpdap, con un buco stimato in 30 miliardi. Che ora, dopo la fusione, si riversa sulla previdenza dei lavoratori del settore privato. La lettera del presidente ai ministri Fornero e Grilli

Pensioni, l’allarme di Mastrapasqua: se lo Stato non paga, Inps a rischio

Guardate che l’Inps è messo male, fate qualcosa quanto prima. È il 22 marzo quando il presidenteAntonio Mastrapasqua – certo, in termini più gentili – mette nero su bianco il concetto in una lettera ai ministri dell’Economia e del Lavoro, Vittorio Grilli e Elsa Fornero. La storia è in parte nota, ma l’allarme del pluripoltronato capo supremo del più grande ente previdenziale d’Europa testimonia che la situazione è persino più grave del previsto, tanto più che sia Mastrapasqua che Fornero hanno sempre sostenuto in questi mesi che i conti dell’Inps non destano alcuna preoccupazione.

Invece, il nostro comincia la sua missiva – di cui Il Fatto quotidiano è in possesso – riportando alcuni passaggi della relazione della Corte dei Conti sul bilancio preventivo 2012 in cui si sostiene quanto segue: l’inglobamento di Inpdap ed Enpals (rispettivamente l’ente che si occupa degli statali, in perdita per miliardi, e quello che serve i lavoratori dello spettacolo) sta affossando i conti dell’Inps: “Il patrimonio netto… è sufficiente a sostenere una perdita per non oltre tre esercizi” (fino al 2015, per capirci) e il governo continua a tagliare i trasferimenti; se le amministrazioni dello Stato rallentano ancora un po’ i pagamenti avremo “ulteriori problemi di liquidità con incidenza sulla stessa correntezza (sic) delle prestazioni”. Tradotto: rischiamo a breve di non pagare le pensioni in tempo. Conclude Mastrapasqua: “Minori trasferimenti, riduzione dell’avanzo patrimoniale, strutturale contrazione delle entrate contributive della gestione pubblica (ex Inpdap)” stanno mettendo a rischio “la più grande operazione di razionalizzazione del sistema previdenziale pubblico”.

Volendo, si può tradurre l’allarme del presidente Inps nei numeri impietosi – e per di più destinati a peggiorare – del bilancio di previsione 2013 approvato a fine febbraio dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Inps: 10,7 miliardi il disavanzo di competenza; 23,7 miliardi il disavanzo patrimoniale complessivo dell’ex Inpdap; un patrimonio netto sceso dai 41 miliardi del 2011 ai 15,4 previsti per quest’anno; 265,8 miliardi le prestazioni previdenziali da erogare contro un incasso in contributi stimato in 213,7 miliardi (ovviamente al netto delle compensazioni statali). Numeri che, peraltro, dovranno essere rivisti in peggio visto che sono stati calcolati sul Def di settembre, quello che prevedeva una recessione per il 2013 solo dello 0,2%, mentre su quello nuovo c’è scritto -1,3.

Com’è stato possibile tutto questo? Le magagne più grosse, come si sarà capito, sono nel bilancio dell’ex ente degli statali e sono dovute a una sorta di paradosso italiano: la Pubblica amministrazione (tanto locale, quanto centrale) per lunghi anni – e in parte ancora adesso – non ha pagato i contributi previdenziali per i suoi dipendenti. Oltre ai debiti fantasma nei confronti dei fornitori, insomma, ci sono anche quelli dello Stato nei confronti di se stesso: stime non confermate parlano di un buco di almeno trenta miliardi di euro che si riversa di anno in anno, man mano che i lavoratori vanno in pensione, dentro i bilanci ufficiali del nuovo SuperInps.

Roba nota, che però ora interagisce con un nuovo contesto e sta creando una voragine nel sistema previdenziale pubblico italiano. Ecco perché: gli ultimi governi non si sono limitati a tagliare i trasferimenti agli enti, ma tra blocco del turn over e prepensionamenti hanno tagliato anche il numero dei dipendenti statali, cioè di chi – coi contributi – paga l’assegno di chi è già in pensione. Per questo Mastrapasqua chiede a Grilli e Fornero di darsi una mossa, ovvero nel suo linguaggio che “sia opportunamente approfondita e valutata ogni più utile iniziativa”.

“Noi ci eravamo opposti fin da subito all’integrazione tra i due maggiori enti previdenziali”, dicono i sindacalisti dell’Usb, “perché è funzionale al disegno di smantellamento del sistema previdenziale pubblico, avviato con la riforma Dini del 1995 e perfezionato nel tempo, da ultimo con la riforma delle pensioni targata Monti-Fornero”. Per l’Unione sindacale di base, che sta pensando a uno sciopero per denunciare la situazione drammatica dell’ente previdenziale, la faccenda è molto semplice: “La fusione Inps-Inpdap non è utile a rilanciare la previdenza pubblica, ma ad affossarla: hanno semplicemente voluto scaricare sull’Inps (che gestisce i contributi dei lavoratori del privato, ndr) i debiti delle amministrazioni statali”. Chissà se stavolta il ministro Fornero potrà ripetere la secca risposta che diede a ottobre: “La fusione non determina nessun problema sui conti Inps. I dati erano conosciuti”.

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Autore:

La Dea Tutte mi ha inviato a combattere il demone dell'evanescenza, fin dalla pianura che non deve essere nominata

Un pensiero riguardo “Il più grande evasore: trenta miliardi!

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