Pubblicato in: Critica alla ragion pura, Facce da gluteo, Italiano, Le tasse sono una cosa bellissima

Super-Cow

supervaccaRecentemente il mutante ferrarese emigrato nell’Eden teutonico se ne è uscito con una corbelleria relativa alla questione delle quote latte e non solo.

Quindi mi tocca completare questo pezzo iniziato il 13 maggio 2012 quando volevo segnalarvi un aspetto che quasi nessun mezzo d’informazione aveva coperto a sufficienza.

Stando all’anagrafe bovina le vacche italiche sono delle super-vacche: vivono quasi un secolo e producono latte fino ad oltre 80 anni.

Ma mica quelle degli allevamenti reali, fisici, quelli che puzzano di letame. No. Le vacche ottuagenarie vivono nella realtà virtuale. Vedi presempio nell’articolo di abexpress.it: che riporto qui sotto.

Ne scrisse ilfattoquotidiano.it il 31 marzo 2011 in “Mucche fantasma per latte reale”1

In pratica e sintetizzando molto:

Molto probabilmente non ci sono stati sforamenti nelle quote latte ma una gigantesca truffa ai danni dei produttori di latte “veri” italiani2 a tutto vantaggio di filibustieri italici.

Poi non è finita perché il nostro intelligentone se ne esce con robe come questa qua:

Ma gli agricoltori scendono in piazza CONTRO le quote latte, perche’ le hanno sforate, perche’ le multe sono infami e perche’ l’ Europa li vuole uccidere – con delle quote che li AIUTANO – e che ovviamente bisogna fare la Padania del Latte Padano, perche’ i malvagi tecnocrati di Bruxelles vogliono farli morire a favore del latte di plastica fatto dalla Bayer nei campi di sterminio. Grillo Docet.

O pistola, le mozzarelle blu ce le avete in Germania.

O pistola, la carne infettata dai batteri resistenti agli antibiotici ce le avete voi tedeschi. Ed è già arrivata nei banchi frigo dei supermercati come la LIdl che sfiga vuole c’è anche in italì.

I vostri costi bassi hanno quelle conseguenze lì. E siccome uno è quello che mangia forse è il caso di essere un filo più stringenti su quello che mangiamo.

Son capaci tutti di avere costi bassi in questo modo.

Solo che a lui tutti questi aspetti qui, sciocchezze come la salute, l’ambiente non interessano. Lui oggi guarda solo il dio denaro e la dea competitività ed agli occhi della dea competitività noi siamo degli UnterMenschen destinati a morire per la nostra inferiorità. Invece si sente in bisogno di schiumare volgarità per 4 pagine.

Poi rispondere in modo rabbioso come stò facendo io non sarà il massimo della vita e forse anche io ho schiumato rabbia verso altre categorie, persone e situazioni ma per Giove tonante, perlomeno documentarsi un po’. E poi da che pulpito viene la predica…

Una cosa il pezzo ha colto: il fatto che ci sono truffatori anche in italì. Maddai, che scoperta. E si incazza che si vende più olio italico di quanto se ne produca, più prosciutti di quanto maiale si produca. Ma la famosa etichettatura che l’Europa doveva fare era precisamente quella roba qui, essere obbligati a dichiarare la provenienza delle materie prime.

C’è poi la questione del resto dell’agricoltura. Ma questo pezzo è diventato troppo lungo, meglio riprendere un’altro giorno. In un altro pezzo o due.

SCANDALO QUOTE LATTE “GONFIATE”

COSPA ABRUZZO: “PER QUOTE LATTE MUCCHE CON 83 ANNI “

Dino Rossi: “Spero che sulla questione quote latte si riesca a fare subito chiarezza, perche’ piu’ tempo passa e piu’ sono le aziende che chiudono i battenti, strette dalla morsa dei debiti, della concorrenza sleale e delle mucche ultraottantenni”

OFENA (AQ), 6 GIU – “In Italia abbiamo mucche longeve, tanto che arrivano a 83 anni di eta’ e continuano a produrre latte”. Lo dice Dino Rossi, presidente del Cospa Abruzzo (associazione che raggruppa allevatori e produttori agricoli), riferendosi allo scandalo delle quote latte “gonfiate” dalle incongruenze tra le banche dati dell’Agea, dell’Associazione italiana allevatori e dell’Istituto zooprofilattico sperimentale, fatto emerso da un’indagine del 2010 svolta dai Carabinieri del Nac e che ha portato l’informativa all’attenzione di 32 procure della Repubblica su tutto il territorio nazionale. “Il sistema per il calcolo del plafond di quote latte assegnato all’Italia – spiega Dino Rossi – si basava su un algoritmo che estrapolando i dati forniva un parametro di produttivita’ potenziale di latte, ma questo in alcuni casi portava ad avere mucche con 999 mesi di vita, cioe’ 83 anni e 3 mesi, 75 anni in piu’ rispetto alla media. Da questo nasce il falso dato che ha portato ad elevare a carico degli allevatori multe per milioni di euro a causa dello sforamento del plafond pari a 110 milioni di quintali assegnato dall’Unione Europea”. La diretta gestione delle quote latte, come si legge nell’informativa dei carabinieri del Nac alle dipendenze del ministero delle Politiche agricole e forestali, e’ affidata alla societa’ Sin, con il 51% del capitale di parte pubblica detenuto dall’Agea e il rimanente 49% di parte privata nelle mani di un raggruppamento temporaneo di imprese, con capomandataria Almaviva (partecipata a sua volta dalle associazioni di categoria Coldiretti, Confagricoltura e Cia) e composto da Auselda, Sofiter, Cooprogetti, Agriconsulting, Ibm Italia, Agrifuturo e l’abruzzese Telespazio. “Spero si riesca a fare subito chiarezza, perche’ piu’ tempo passa – conclude Dino Rossi – e piu’ sono le aziende che chiudono i battenti, strette dalla morsa dei debiti, della concorrenza sleale e delle mucche ultraottantenni”.

Mucche fantasma per latte reale

Per giustificare la produzione annua comunicata alla Ue si truccano i dati: così le vacche “vivono” 83 anni invece degli otto medi normali. I Carabinieri del Nac individuano una gigantesca truffa e indicano i principali protagonisti: un ente governativo e un’agenzia ministeriale

Il problema per il neoministro all’Agricoltura Saverio Romano sono le vacche. Ottuagenarie e fantasma. Sì, perché in Italia ci sono 300 mila mucche che producono latte ma non esistono o hanno fino a 83 anni d’età, quando la vita media è di otto. Lo hanno scoperto i Carabinieri del Nac (Comando politiche agricole e alimentari): capi inventati per giustificare la produzione di latte dichiarata dal Governo all’Unione Europea. Intorno a questa inesistente mandria gli uomini dell’Arma hanno ricostruito una girandola di favori, appalti e truffe per miliardi di euro legati alla gestione delle quote latte e ora al vaglio della procura di Roma.

I Carabinieri, in un rapporto consegnato a settembre, che Il Fatto Quotidiano ha potuto leggere, descrivono “un quadro di sorprendente e diffusa mancanza di rispetto e non ottemperanza alle normative di settore che attraverso condotte omissive e dolose” ha portato “all’alterazione di un intero settore dell’economia nazionale, con ripercussioni anche a livello Comunitario”. In pratica ogni anno nel nostro Paese finiscono sul mercato 12 milioni di quintali di latte di provenienza sconosciuta ma spacciato come prodotto da mucche tricolore.
Chi sarebbe riuscito nell’intento, truffando per anni in un colpo solo Stato, Ue, produttori e consumatori? Secondo le indagini i responsabili sono, principalmente, un ente governativo (Agea) e un’agenzia ministeriale (Izs di Teramo). Uomini dello Stato. Un ruolo chiave, riferiscono i Nac, lo svolge il capo gabinetto del ministero dell’Agricoltura. Una casella occupata da Giuseppe Ambrosio. Fino a mercoledì scorso. Quando Romano ha nominato un suo uomo di fiducia: Antonello Colosimo. Un 62enne napoletano, da trenta anni nei Palazzi, consigliere della Corte dei Conti ma più noto per essere stato uno dei beneficiari delle ristrutturazioni dono dell’imprenditore Diego Anemone. Colosimo non risulta indagato nell’inchiesta sulla cricca ma nelle carte ci sono paginate di intercettazioni che rivelano il suo interessamento per gli amici.

Anche il suo predecessore è più volte finito sotto la lente degli investigatori. A partire dal 1998 è stato segnalato per reati contro la pubblica amministrazione, tra cui truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Molto vicino a Gianni Alemanno, che l’ha portato al ministero dell’Agricoltura, è finito nell’inchiesta sulla parentopoli romana del sindaco e ha una richiesta di rinvio a giudizio per reati che vanno dall’abuso d’ufficio alla concussione, per irregolarità in un concorso del 2005 per sei posti da dirigente al ministero delle Politiche agricole vinto, tra gli altri, da moglie e segretaria di Ambrosio. I Carabinieri, ricostruendo il suo curriculum, si stupiscono: “Non può essere sottaciuto quanto emerso dalla banca dati delle forze di Polizia” considerati “gli incarichi di assoluto rilievo e responsabilità” ricoperti. Del resto Agea gestisce il fiume di miliardi che dalla Ue arriva in Italia per sostenere l’agricoltura. E il capo gabinetto ha il compito di dettare la linea strategica del Sian, il sistema agricolo nazionale, braccio di Agea.

I Nac ricostruiscono il ruolo di ciascuna pedina. Partendo da una scoperta: le mucche fantasma. Agea e Izs di Teramo, istituto che gestisce l’anagrafe bovina e deve verificare la correttezza dei dati sui capi forniti dagli allevatori per il conferimento dei premi Pac (fondi europei), “si organizzano” nel “tentativo, riuscito, di addivenire a un numero di capi tale da poter giustificare il livello produttivo nazionale” dichiarato. Come? Alzando l’età massima dei bovini, portandola da 120 a 999 mesi. Fino cioè a 83 anni. Lo spostamento “consente di aumentare il numero di capi di circa 300 mila unità, pari a oltre il 20% dell’intera popolazione bovina a indirizzo lattifero”. I Carabinieri intercettano uno scambio di mail tra i due enti piuttosto eloquente. L’Agea scrive a Izs: “Vorremo togliere il limite superiore di età che attualmente è impostato a 120. Come preferisci procedere? Per farla molto semplice impostiamo il dato a 999?”. La risposta arriva pochi giorni dopo: “Non ci sono problemi”.

Ecco le mucche fantasma. Che però, producono latte. Perché il latte c’è. 110 milioni di quintali. Di cui “oltre il 10%” di provenienza sconosciuta. Ma spacciato per italiano. È latte in polvere? Da dove arriva? E come entra nel circuito nazionale? Secondo i Nac le vacche fantasma servirebbero proprio a questo: a coprire un mercato parallelo. Gli uomini dell’Arma oltre a prendere in considerazione la vita media effettiva di un bovino in lattazione decidono di verificare tutti i dati dell’anagrafe e scoprono che il numero reale è “circa la metà del numero dei capi indicati da Agea”. Per il 2008/2009, scrivono i Carabinieri, “ad Agea risultano 2.905.228 capi presenti, mentre il complessivo è pari a 1.668.156”. E concludono: “Una differenza talmente significativa che si tradurrebbe in una minore produttività di latte pari a 12 milioni di quintali”.

Un surplus fra l’altro dannoso da dichiarare perché comporta lo sforamento alla produzione concessa dalla Ue all’Italia e costringe il Governo a vedersi trattenere gli incentivi agricoli e a dover anticipare le sanzioni che poi vengono recuperate con le multe per le quote latte agli allevatori. Multe che ammontano complessivamente a 4 miliardi di euro. I Carabinieri nell’informativa ipotizzano “che alcuni soggetti – persone fisiche o giuridiche (produttore, associazione sindacale ovvero funzionari Agea) – abbiano potuto percepire indebitamente finanziamenti comunitari”. E citano una relazione del 2003: “Sono state verificate ed appurate condotte irregolari da parte di determinati soggetti della filiera – ben individuati e individuabili – tese a conseguire illegittimi vantaggi economici sia diretti, in termini di elusione delle sanzioni connesse all’esubero rispetto alle quote assegnate, sia indiretti, in termini di evasione fiscale connessa alla mancata fatturazione”.

Relazione caduta nel vuoto. Ripescata grazie all’intervento di Luca Zaia quando, nel giugno 2009 da ministro dell’agricoltura, insedia una commissione per capire come mai l’Italia ogni anno si ritrova a dover pagare le multe per aver sforato la produzione di latte. E’ l’Agea che comunica i dati alla Ue. E per il 2009 le sanzioni non arrivano: perché non c’è nessuno sforamento. Ma gli uomini del Nac ormai sono al lavoro. E nel 2010 scoprono “una differenza produttiva media, rispetto a quella dichiarata, da mettere in discussione lo stesso splafonamento dello Stato”. Inviano l’informativa a 70 procure e 32 chiedono un supplemento di indagini. Consegnato lo scorso settembre ai magistrato. Con le 300 mila vacche che, seppur vecchie o fantasma, valgono miliardi. Della questione ora dovrà occuparsi Romano insieme al suo capo gabinetto, l’amico di Anemone, Colosimo.

Relazione caduta nel vuoto. Ripescata grazie all’intervento di Luca Zaia quando, nel giugno 2009 da ministro dell’agricoltura, insedia una commissione per capire come mai l’Italia ogni anno si ritrova a dover pagare le multe per aver sforato la produzione di latte. E’ l’Agea che comunica i dati alla Ue. E per il 2009 le sanzioni non arrivano: perché non c’è nessuno sforamento. Ma gli uomini del Nac ormai sono al lavoro. E nel 2010 scoprono “una differenza produttiva media, rispetto a quella dichiarata, da mettere in discussione lo stesso splafonamento dello Stato”. Inviano l’informativa a 70 procure e 32 chiedono un supplemento di indagini. Consegnato lo scorso settembre ai magistrato. Con le 300 mila vacche che, seppur vecchie o fantasma, valgono miliardi. Della questione ora dovrà occuparsi Romano insieme al suo capo gabinetto, l’amico di Anemone, Colosimo.

Quote latte, ma le multe ce le meritiamo o no?

– Quel che si vede, e che si è visto e risaputo in questi anni, sembra essere piuttosto semplice: degli allevatori hanno prodotto e venduto più latte di quanto non fosse loro consentito, e devono pagare una salata sanzione per questo. Hanno protestato, come fanno un po’ tutti in Italia, ma alla fine molti di loro hanno pagato o stanno pagando. Alcuni no, si ostinano a non voler pagare, e a forza di rinviare l’esecuzione coatta dei prelievi, il governo ha esposto l’Italia a una serie di procedure d’infrazione da parte dell’UE, che in vent’anni sono costate ai contribuenti italiani circa 4 miliardi di euro, più o meno il gettito annuo previsto dall’innalzamento di un punto percentuale dell’Iva nell’ultima finanziaria.

Semplice, in apparenza. Almeno nella misura in cui non consideriamo quel che non si vede, ovvero ciò che è meglio non vedere o che è tecnicamente troppo complesso per essere divulgato in un articolo di giornale. Come per esempio il sistema attraverso il quale sono state attribuite le quote ai singoli produttori, sulla base della quota nazionale attribuita all’Italia, e il funzionamento dei meccanismi attraverso i quali vengono (o non vengono) rilevati i cosiddetti “splafonamenti” e comminate le relative sanzioni. Sistemi e meccanismi che dovrebbero funzionare come orologi svizzeri, data la quantità di denaro in entrata (i sussidi assegnati dall’UE agli agricoltori), e in uscita (il prelievo supplementare per le superproduzioni) che dipendono da essi, e le distorsioni alla concorrenza e al mercato, con le conseguenze reali sulla sopravvivenza stessa delle aziende, che deriverebbero dal loro funzionamento scorretto.

E allora potrebbe essere interessante andare a dare un occhiata alla relazione di approfondimento sui dati utilizzati per il calcolo del prelievo supplementare, effettuata dai Carabinieri nel 2010. Ciò che emerge lascia a bocca aperta, a cominciare dal fatto che in questo disgraziato paese, incrociando i dati di Agea (l’agenzia per le erogazioni in agricoltura che gestisce tutto il sistema), l’Associazione Italiana Allevatori (alla quale la legge attribuisce un attività istituzionale di controllo degli allevamenti e finita recentemente nel mirino dell’antitrust), e del ministero della Salute, non si riesce neanche a capire quante siano le stalle in attività, i capi di bestiame e la quantità di latte effettivamente prodotto. Che per il calcolo dei quantitativi di latte vengono utilizzati anche i valori della materia grassa del medesimo, raffrontando il dato del periodo e quello di riferimento (un sistema da far girare la testa) e che i nuovi calcoli effettuati dai carabinieri evidenzierebbero, testuale, che “gli scostamenti tra i dati verificati nel corso degli approfondimenti, e di cui sopra, portano inoltre a ritenere che esistano rilevanti anomalie anche sui conteggi delle compensazioni nazionali e quindi sulle imputazioni del prelievo supplementare”.

Vale la pena citare per intero le conclusioni dell’indagine:

·         non vi è piena coerenza tra le banche dati ufficiali acquisite né possibilità di completo raffronto dei dati di ciascuna di esse;
·         la mancanza di un dato identificativo coerente ed univoco per tutte le aziende in produzione, da adottarsi per tutte le banche dati ufficiali del settore, comportando una ulteriore difficoltà nell’incrocio dei dati, favorisce fenomeni fraudolenti o elusivi ed ostacola la possibilità di investigazioni per prevenire e reprimere eventuali comportamenti illeciti;
·         sono emerse situazioni di anomalia ed incongruenza tra le diverse banche dati, tali che avrebbero meritato, e meritano ancora, adeguati approfondimenti;
·         pur con le difficoltà segnalate, ne discende un quadro di significativa incoerenza dei dati, in particolare con riferimento alla produzione nazionale, sia consegnata che rettificata (TMGP);
·         raffrontando il numero capi nelle diverse banche dati con la media produttiva provinciale AIA pur aumentata del 10% in via prudenziale, risulta una differenza produttiva media, rispetto alla produzione totale italiana dichiarata in L1, talmente significativa da mettere in discussione lo stesso splafonamento dello stato italiano e quindi il prelievo supplementare imputato ai produttori a partire dal 1995/96 fino al 2008/09.

Il che significa, in poche parole, che da questa verifica gli splafonamenti potrebbero non esserci mai stati, e quindi la pretesa delle multe sarebbe completamente ingiustificata. Può bastare? Sarebbe il caso di fare chiarezza, e anche alla svelta, dato che oltre a chi si rifiuta, forse con buona ragione, di pagare le multe c’è anche chi si è rassegnato a farlo. Eppure non basta, dato che da ulteriori indagini emergerebbe addirittura che per truccare intenzionalmente i dati sulla produzione italiana di latte qualcuno in Agea avrebbe usato uno stratagemma tanto semplice quanto sconcertante: modificare il database dell’anagrafe bovina in modo da portare il limite dei mesi delle vacche in produzione da 120 a 999, il massimo consentito dal form dello stesso database. Uno stratagemma che avrebbe consentito di censire come produttive vacche di ben 83 anni di età!

Se quanto emerso corrispondesse alla realtà, dovremmo riscrivere articoli di giornali e libri di storia su questa vicenda che si protrae da almeno tre lustri. Non sarebbe mai stato prodotto più latte di quanto dichiarato: al contrario, sarebbe stata dichiarata una produzione superiore a quella reale al fine, e qui siamo nel campo delle ipotesi (ipotesi più che plausibili), di poter permettere a qualcuno di dichiarare e vendere come italiano latte prodotto altrove (l’origine locale della materia prima è indispensabile per la produzione dei formaggi DOP e IGP), magari latte in polvere rigenerato, la cui presenza è stata effettivamente riscontrata in molti campioni di latte prelevati dagli scaffali dei supermercati. Confrontare il prezzo del latte alla stalla in Italia con quello di altri paesi (per non parlare del latte in polvere) può dare la misura di quanto un business del genere potrebbe essere remunerativo. Per il 2008/2009 “ad Agea risultano 2.905.228 capi presenti, mentre il complessivo è pari a 1.668.156”. Secondo i carabinieri “una differenza talmente significativa che si tradurrebbe in una minore produttività di latte pari a 12 milioni di quintali”.

Da ragazzino, se non sei troppo bravo a calcio, ma non ti possono cacciare dal campetto, ti mandano in porta. Se al tuo partito o alla tua corrente non possono fare a meno di dare un ministero, in Italia per tradizione ti danno l’agricoltura. E’ quello che deve essere successo a Filippo Maria Pandolfi, che nel 1984 si trovò, forse a sua insaputa, a Bruxelles a negoziare la quota da assegnare all’Italia, e sparò un dato a vanvera sulla produzione nazionale di latte, di soli 9 milioni di tonnellate, ampiamente al di sotto del nostro fabbisogno. E fu sempre lui che, resosi conto dell’errore, e non trovando forse di meglio da dire, assicurò che le quote latte erano state assegnate pro-forma, e che c’era un tacito accordo per escludere l’Italia dal pagamento delle sanzioni. La storia delle quote è cominciata così, nel modo peggiore possibile, con un ministro della Repubblica che assicurava gli operatori del settore, dagli allevatori agli acquirenti ai trasformatori, che avrebbero potuto liberamente ignorare la normativa europea.

Una storia cominciata male e proseguita, evidentemente, sempre peggio. Un pozzo nero, quello della gestione italiana delle erogazioni in agricoltura, al quale è assolutamente necessario togliere il coperchio e nel quale è indispensabile fare pulizia, perché quel che non si vede, nella storia delle quote latte, emana comunque un pessimo odore.


  1. che purtroppo non è più in rete ma che il fantastico archive.org ha per l’appunto archiviato a futura memoria. Se qualcuno ci ha qualche tallero che gli avanza glielo cacci ai rEgazzi di archive.org che se li meritano e gli servono. 
  2. io direi padani, ma fa schifo ed è razzista ricordare che una larga fetta degli onesti danneggiati erano in sola parte del paese. 

Autore:

La Dea Tutte mi ha inviato a combattere il demone dell'evanescenza, fin dalla pianura che non deve essere nominata

Un pensiero riguardo “Super-Cow

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