Condizionalità senza frontiere

Condizionalità senza frontiere (quello che non dovevate sapere dei finanziamenti comunitari) – http://goofynomics.blogspot.com/2016/02/condizionalita-senza-frontiere-quello.html

Questo me lo devo rileggere.. ..


…più che altro per chiarirmi due o tre passaggi sospetti in cui non riesco a capire se è solo verve oratoria, se c’è malizia e da parte di chi.

Perchè ha voglia il buon Bortocal ha dipingere Bagnai come un miserabile Untermenschen che desidera solo trovare scuse per la spesa in deficit. Per come la presenta Bagnai sembra il solito trucchetto tedesco, ossia mascherare una sfacciata fregatura da regola a prima vista ragionevole.

Mentre mi pare sarebbe bastato per riequilibrare molto le cose adottare due regole proposte da Tremonti:

  • non conteggiare nel deficit le spese per investimenti
  • considerare anche il debito privato

Ma le mie al momento son pensieri sciolti senza la pretesa di essere validi

(…è uscito un libro che non dovete leggere. Si chiama Finanziamenti comunitari – Condizionalità senza frontiere. Lo ha scritto Romina Raponi e spiega come funzionano realmente i finanziamenti comunitari. Leggerlo nuoce gravemente alla salute. Gli effetti collaterali sono: esofagite, gastrite, insonnia, sindrome depressiva, problemi cardiovascolari. Io vi ho avvertito, voi fate come vi pare. Meglio conservarsi in salute, piuttosto che capire perché chi vi dice “eh, ma noi non riusciamo nemmeno a spendere i fondi europei!” è un perfetto imbecille. D’altra parte, quando non avevamo capito un cazzo, possiamo anche dircelo, stavamo tutti meglio… In ogni caso, quella che segue è la mia prefazione – così gli effetti collaterli li subite ugualmente!…)

“Ce lo chiede l’Europa!” Quante volte ce lo siamo sentiti dire, in questi ultimi anni? Col passare del tempo, però, la retorica patriottarda di questo ritornello (“siam pronti alla morte, l’Europa chiamò!”) si sta sgretolando. È la realtà a inseguire e raggiungere chi non sia stato già convinto per tempo dalle tante autorevoli analisi, come quella di Luciano Canfora (È l’Europa che ce lo chiede! Falso!, Laterza, 2013), o quella di Giandomenico Majone (Rethinking the unionof Europe post crisis, Cambridge University Press, 2014). Lo sfaldamento dei due pilastri della costruzione comunitaria (la libera circolazione dei capitali, cioè Maastricht, e la libera circolazione del lavoro, cioè Schengen) oppone ogni giorno all’esclamativo categorico del “ce lo chiede l’Europa!” una schiera di interrogativi: Europa chi? Europa come? Europa perché? Europa quando?

A scongiurare l’esercizio dello spirito critico interviene allora un grande classico della gestione paternalistica dei conflitti: il senso di colpa. “Ma come? Porre in questione l’Europa, proprio questa Europa che fa tanto per noi, con i suoi finanziamenti comunitari, quei finanziamenti che noi, Untermenschen, evidentemente non meritiamo, perché non siamo in grado nemmeno di spenderla, questa cuccagna, e sì che ci sarebbe preziosa per recuperare il nostro colpevole ritardo…”

Anche questo discorsetto lo avrete sentito fare, no?

Il libro di Romina Raponi viene molto opportunamente a colmare un vuoto. Mentre, come abbiamo visto, non mancavano analisi accurate dell’esclamativo categorico (“l’Europa chiamò!”), la favoletta deamicisiana (“Franti, tu uccidi l’Europa che ti eroga i finanziamenti comunitari!”) non era ancora stata oggetto di adeguato scrutinio scientifico. Non erano mancati, in testi più divulgativi come Non vale una lira di Mario Giordano (Mondadori, 2014), cenni di divertita (e documentata) insofferenza verso il mito dei finanziamenti comunitari, destinati ovunque (non solo in Italia) a scopi dalla logica non sempre immediatamente intelligibile. E non era mancata, nello stesso testo, e con sempre maggior frequenza nei media di regime, un’amara sottolineatura del fatto che in fondo noi non dovremmo sentirci in colpa con l’Europa, visto che in ogni caso siamo suoi contribuenti netti (ovvero, le versiamo, a spanna, oltre 5 miliardi in più di quanti ce ne ritornino).

Attenzione: quest’ultimo dato colpisce (come colpiscono gli aneddoti, meno estemporanei di quanto si creda, sulla curvatura dei cetrioli o sullo zoo per coccodrilli in Danimarca, oggetto della perfidia di Giordano), ma in fondo non dovrebbe sembrare anomalo. L’Italia è (o meglio, prima dell’euro, era) un paese relativamente avanzato nel consesso europeo, e sarebbe quindi stato del tutto fisiologico che, in un’ottica di comune e solidale percorso verso un radioso futuro, essa contribuisse in termini netti allo sviluppo degli altri paesi europei, quelli meno avanzati. Ecco, parliamo un po’ di solidarietà… Perché è proprio se si affronta il tema sotto questo profilo, come l’autrice fa con lucidità analitica e perizia documentale, che ci si rende conto che le cose stanno molto, ma molto peggio di come aneddoti e saldi (entrambi negativi) ce le dipingono.

In effetti, che l’Europa (?) non nasca sotto il segno della solidarietà a un economista dovrebbe essere immediatamente evidente. Ho chiarito nei miei scritti che questo orientamento traspare dalla scelta di articolare la politica di bilancio sul concetto di “convergenza” (intesa come rispetto di parametri di bilancio fissi), anziché di “integrazione”. Integrazione, in economia, significa in generale abbattimento dei costi di transazione. L’integrazione fiscale è quindi l’abbattimento dei costi di transazione (costi economici e politici) delle politiche di trasferimenti fra aree in espansione e aree in recessione, trasferimenti necessari per un equilibrato percorso di crescita comune. Penso sia chiaro anche ai non tecnici che costringere paesi diversi ad avere la stessa politica di bilancio (convergenza) è cosa ben diversa dal creare un meccanismo (un bilancio federale) che funga, come negli Stati Uniti, da “camera di compensazione” automatica degli squilibri macroeconomici fra enti federati (integrazione). Il primo approccio, e la crisi lo ha dimostrato, amplifica gli squilibri, anziché compensarli, perché obbliga a tagli chi si trova in crisi (le famose politiche procicliche o di austerità – che poi sono procicliche verso il basso, visto che se chi è in crisi deve tagliare, chi non lo è ben si guarda dallo spendere per contribuire alla crescita comune: altro chiaro segno di asimmetria e di mancanza di solidarietà).

Ma l’analisi giuridica del fenomeno consente di andare oltre. Da essa emerge chiaramente come i finanziamenti comunitari, concepiti come strumento di compensazione degli squilibri fra paesi membri (strumento di cui l’autrice rileva il carattere necessariamente imperfetto perché esiguo rispetto al compito proposto; perché legato unicamente a parametri dimensionali – il peso del paese sul totale del Pil europeo – e non ai fondamentali macroeconomici – ad esempio, il saldo estero del paese; perché a vocazione strutturale e non congiunturale, e quindi incapaci di offrire protezione efficace contro shock avversi come quelli determinati dalla crisi finanziaria),  siano nella prassi un meccanismo di amplificazione di questi squilibri, amplificazione che interviene attraverso il ricorso ai due principi di cofinanziamento e condizionalità.

Il cofinanziamento impone agli Stati che intendano beneficiare dei fondi comunitari di aggiungere alla quota proveniente dall’Europa una quota di risorse proprie, che vengono distratte da altri scopi, pur entrando, ovviamente, nel computo della spesa pubblica. Si realizza così un paradosso della virtù: chi vuole virtuosamente profittare della manna europea deve, ahimè, mettere in conto di incrementare viziosamente la propria spesa pubblica (a meno che non decida di tagliare altri servizi). Come mette in luce l’autrice, molto spesso alla radice del mancato impiego dei fondi comunitari troviamo la mancanza di risorse per il cofinanziamento, piuttosto che una tara genetica del popolo italiano o della sua pubblica amministrazione (secondo la linea interpretativa propostaci dei nostri media). Ora, dato che l’erogazione di fondi è articolata su cicli di programmazione pluriennale decisi in modo più o meno cooperativo nelle sedi europee, cicli che quindi non necessariamente, o non interamente, rispecchiano le imminenti priorità strategiche dei singoli paesi, la conseguenza alla quale giunge in modo difficilmente oppugnabile l’autrice è che in realtà i fondi comunitari sono un meccanismo particolarmente subdolo di controllo da parte dell’Europa delle politiche di spesa dei paesi membri.

A questo condizionamento implicito, si aggiunge anche una esplicita condizionalità, intesa nel senso infausto che a questo termine ha dato la prassi del Fondo Monetario Internazionale all’epoca del Washington Consensus. L’erogazione delle risorse “comunitarie” viene subordinata non solo al reperimento delle risorse per cofinanziare i progetti, ma anche al conseguimento di obiettivi programmatici specifici. Insomma: ti do i soldi non solo se ci fai quello che dico io, non solo se ce ne metti su altrettanti, ma anche se hai fatto il bravo. Dove, peraltro, “fare il bravo” per Bruxelles significa essenzialmente tagliare, obiettivo incompatibile, come abbiamo già ricordato, con la richiesta di cofinanziamento.

A questo punto non stupisce che abbia espresso perplessità su questo meccanismo anche un economista pienamente mainstream come Roberto Perotti, uno dei falchi della cosiddetta “austerità espansiva”, cioè dell’idea, fortissimamente sponsorizzata dalla Commissione e dalla Bce, che chi “fa la cosa giusta” (cioè taglia) verrà poi premiato dal mercato. Secondo Perotti, forse l’Italia risparmierebbe, se invece di far circolare le somme per Bruxelles le spendesse in proprio. Se perfino un “Bocconi boy” (definizione di Oddný Helgadóttir nel Journal of European Public Policy del 2015) giunge a una conclusione che, in sede politica, abbiamo sentito articolare esplicitamente solo a Marine Le Pen (ma a porte chiuse a qualsiasi politico italiano), è chiaro che qualcosa non torna.
Il testo di Romina Raponi si presenta quindi come tappa fondamentale nel percorso, che necessariamente dovremo affrontare, di decostruzione del mito irenico ed escatologico dell’Europa che dà la pace e la prosperità, di doloroso ma imprescindibile abbandono dell’europeismo del “dover essere” (come lo definisce Alfredo D’Attorre), di elaborazione di un lutto col quale dobbiamo fare rapidamente i conti, allo scopo di evitare che più gravi lutti vengano a turbare in modo irrimediabile il percorso comune dei popoli europei.

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