Complottismo

L’albero degli zecchini d’oro

Così, giusto per ricordare che chi vuole risolvere la crisi con il signoraggio o con il reddito di cittadinanza è semplicemente in errore:

L’albero degli zecchini d’oro – (fonte: Alleanza Cattolica)

Come uscire dalla peggiore crisi economica e finanziaria del dopoguerra, in essere da oltre 8 anni? Per alcuni la ricetta è molto semplice: è sufficiente che le Banche Centrali stampino banconote, che si dia a tutti il reddito di cittadinanza, che i Governi facciano investimenti pubblici ed assumano più personale. Che le persone tornino a spendere e che l’inflazione risalga. Che l’Italia esca dall’euro. Ma è davvero così semplice?

La ricchezza, in altre parole, si può “creare” dal nulla? È una vecchia storia, che dal mito alchemico ed esoterico della trasformazione del piombo in oro passa al Faust di Goethe con la scena dove Mefistofele propone la creazione del denaro ex-nihilo alla celebre fiaba di Collodi, in cui il malcapitato Pinocchio finisce gabbato dai due compari, il gatto e la volpe.

A tal proposito, la nota storia del burattino nel “Campo dei miracoli” è davvero edificante, e vale la pena ripercorrerla brevemente.

Il gatto e la volpe vogliono impadronirsi delle monete d’oro del povero Pinocchio, facendo leva sulla sua ingenuità ed avidità.

Gli domandano: “E le tue monete d’oro?”

— Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all’osteria del Gambero rosso.

— E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perché non dài retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?

— Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.

— Un altro giorno sarà tardi!… — disse la Volpe.

— Perché?

— Perché quel campo è stato comprato da un gran signore, e da domani in là non sarà piú permesso a nessuno di seminarvi i denari.

Quant’è distante di qui il Campo dei miracoli?

Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz’ora sei là: semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila, e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi? —

Pinocchio esitò un poco a rispondere, perché gli tornò in mente la buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi finí col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore; finí, cioè, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:

— Andiamo pure: io vengo con voi. —

E partirono.

Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome “Acchiappa-citrulli” […].

E il Campo dei miracoli dov’è? — domandò Pinocchio.

È qui a due passi. —

Detto fatto traversarono la città e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in un campo solitario che, su per giú, somigliava a tutti gli altri campi.

— Eccoci giunti — disse la Volpe al burattino. — Ora chinati giú a terra, scava con le mani una piccola buca nel campo, e mettici dentro le monete d’oro. —

Pinocchio obbedí. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d’oro che gli erano rimaste: e dopo ricoprí la buca con un po’ di terra.

Ora poi — disse la Volpe — va’ alla gora qui vicina, prendi una secchia d’acqua e annaffia il terreno dove hai seminato. —

Pinocchio andò alla gora, e perché non aveva lí per lí una secchia, si levò di piedi una ciabatta e, riempitala d’acqua, annaffiò la terra che copriva la buca. Poi domandò:

— C’è altro da fare?

— Nient’altro — rispose la Volpe. — Ora possiamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti, e troverai l’arboscello già spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. —

Il povero burattino, fuori di sé dalla gran contentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.

Noi non vogliamo regali — risposero que’ due malanni. — A noi ci basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come pasque. —

Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro.

Come finisce la storia è ben noto: Pinocchio viene derubato delle sue monete d’oro. Ingenuo Pinocchio, certamente. Ma ingenui anche noi quando prestiamo fede ad argomenti del tipo:

Le Banche Centrali possono creare denaro dal nulla, con cui acquistare i titoli del debito pubblico e stimolare l’economia”. Ma se fosse così semplice perché non farlo sempre, anche nei periodi di sviluppo e crescita per indurre ancora più sviluppo e ancora più crescita? Credere che il denaro cresca sugli alberi è forse più ingenuo del credere che si possa creare ricchezza col click del mouse oppure stampando carta? Chi è più ingenuo?

E ancora: “il Governo dovrebbe creare più posti di lavoro”…se fosse davvero possibile allora creiamone tantissimi, sempre, abbiamo trovato la ricetta della prosperità.

Ed infine, ma si potrebbe proseguire a lungo: “facciamo investimenti anche senza averne le risorse, sarà la crescita che ne risulterà a sistemare tutto…”, il vecchio mito keynesiano del “deficit spending”, della spesa pubblica fatta indebitandosi. È quanto è stato fatto in Italia negli ultimi 50 anni ed ha portato ad un debito pubblico fuori controllo, un enorme macigno che grava sulle nuove generazioni e schiaccia ogni velleità di ripresa economica, a maggior ragione in un contesto di persistente e marcato declino demografico.

Ma perché persone anche molto intelligenti e colte possono cadere vittima di tali pseudo-ragionamenti? Semplicemente perché la scarsità non piace a nessuno ed una parte di noi vorrebbe tanto poter credere a simili promesse: nel “Paese della cuccagna” la vita sarebbe più semplice e felice. Che il facile arricchimento sia prospettato al singolo o ad un’intera collettività il meccanismo psicologico non cambia.

È bello e facile lasciarsi andare e credere alle promesse di “arricchire senza durar fatica“: il risveglio però, come per Pinocchio, è deludente e traumatico, ci si trova più poveri di prima, oltre che gabbati.

La triste verità è che la ricchezza non la crea dal nulla nessuno, né i Governi né le Banche Centrali: solo un “Pinocchio” potrebbe davvero credere nell’efficacia di investimenti pubblici a debito o finanziati da un’imposizione fiscale vessatoria, oppure pensare di “rilanciare l’economia” dando a tutti una “paghetta”. O in una presunta “creazione di ricchezza” operata dalle Banche Centrali attraverso la manipolazione al ribasso dei tassi di interesse acquistando titoli di Stato: con denaro creato dal nulla, proprio come Mefistofele nel Faust di Goethe. Per tacere della “stampa di banconote” nell’Argentina di Perón o come ai tempi della Repubblica di Weimar.

Così facendo si generano “solamente” effetti distorsivi della libera e leale concorrenza, si distorcono i prezzi, si incentivano l’azzardo morale ed i cattivi investimenti. La ricchezza reale complessiva, invece, non aumenta, le dimensioni della torta non cambiano: ci saranno effetti redistributivi, come sempre, e qualcuno, in genere pochi, ci guadagnerà; ma qualcun’altro, in genere molti, ne risulterà impoverito. Senza contare che i debiti dei padri ricadono sempre sui figli: sempre meno figli, sempre più debiti, come accade oggi nel nostro Paese. Fino a quando?

La ricchezza vera è invece creata dall’interazione di lavoro e capitale, e non cresce come un fungo nottetempo: occorrono persone formate, in un contesto sociale e culturale che premia il merito e l’intraprendenza, all’interno di un quadro anche fiscale che favorisce il risparmio convogliandolo in investimenti che fanno salire la produttività attraverso l’innovazione…oltre ad un fattore immateriale chiamato “tempo“.

Fondamentale non prendere la strada “facile”, in discesa, che è sempre quella sbagliata. Il “Campo dei miracoli”, come racconta Collodi, è davvero qui, a due passi, e lì ci aspettano il gatto e la volpe: meglio girare alla larga.

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