Perché l’Europa rischia l’islamizzazione? Intervista alla scrittrice Bat Ye’Or | Blog | Sul Romanzo

Perché l’Europa rischia l’islamizzazione? Intervista alla scrittrice Bat Ye’Or

Cosa sta accadendo all’Europa? Esiste un rischio Islam? È davvero in corso la concretizzazione di Eurabia?

Sono interrogativi di grande attualità e forza sia per quanto sta accadendo in Medio Oriente, sia per gli attacchi terroristi a Parigi, a cui si sono aggiunti più di recente i fatti di Colonia.

Ne abbiamo parlato con Bat Ye’Or (grazie alla preziosa traduzione di Annamaria Trevale). Egiziana naturalizzata britannica, è una delle più importanti studiose, a livello internazionale di dhimmitudine e del progetto Eurabia, da poco in libreria con due saggi, entrambi editi da Lindau, Comprendere Eurabia. L’inarrestabile islamizzazione dell’Europa (traduzione di A. Federici) e Il declino della Cristianità sotto l’Islam (traduzione di L. Congiu).

 

Lei sostiene da tempo, e con forza, che sia in atto un processo d’islamizzazione dell’Europa per la realizzazione del progetto Eurabia. Quali sono le origini e i limiti di questo progetto? Chi lo sostiene?

Mi permetta di chiarire la sua domanda. I miei accusatori sostengono che io denunci l’islamizzazione dell’Europa. In realtà io ho studiato una strategia politica ufficiosa, concepita dalla Francia a partire dagli anni Sessanta e chiamata Eurabia dai suoi ideatori. Nel 1973 la Francia è riuscita a farla adottare dall’insieme dei nove Paesi della Comunità Europea, sia pure con reticenza da parte di quelli che la giudicavano antisemita. Questa strategia comune all’insieme dei Paesi membri della CE, condotta sotto l’egida della Commissione Europea, comporta numerosi capitoli di politica interna ed esterna. Ciò che io ho studiato nei miei ultimi cinque libri a partire dal 1994 non è l’islamizzazione dell’Europa, ma gli sviluppi e le conseguenze di questa strategia euroaraba che in quarant’anni hanno trasformato la civiltà europea in una civiltà della dhimmitudine.

Il progetto Eurabia si situa in continuità con la politica coloniale, che permette a molti Stati europei di sviluppare interessi commerciali e industriali in Africa e in Asia e di crearvi delle infrastrutture moderne. Nel XIX secolo l’Impero britannico univa sotto una sola corona numerosi popoli musulmani. La sua rivale, la Francia, iniziava l’avventura coloniale nel Maghreb e in Africa. Napoleone III sognava di costruire un grande impero arabo da Algeri al Vicino Oriente e si dichiarava l’imperatore dei musulmani. Questa politica poggiava su maggiori interessi strategici, politici ed economici che al principio del XX secolo condussero questi due Stati a privilegiare i colonizzati musulmani a scapito delle minoranze cristiane che venivano massacrate laggiù, come gli armeni, gli assiri, i greci e, più di recente, i cristiani libanesi.

Malgrado la farsa moderna dei diritti umani, questa politica occidentale filo-islamica degli anni 1905-1970 continua nella strategia di Eurabia che, come le precedenti, è fondata unicamente su degli interessi economici e strategici.

Dopo la decolonizzazione negli anni 1950-1960 e l’emergere dei nuovi Stati musulmani, gli Stati europei hanno cercato di mantenere i loro interessi e le loro sfere d’influenza nelle antiche colonie. Negli anni Sessanta il progetto Eurabia porta la firma indelebile della Francia, potenza rivierasca del Mediterraneo, mare che intendeva preservare da qualsiasi intrusione britannica e americana. In origine questa politica costituisce un desiderio di riavvicinamento degli ambienti francesi islamofili e antisemiti del governo di Vichy con i Paesi arabi e musulmani, che erano ardenti ammiratori del nazismo e del fascismo. Questa tendenza si colloca nella continuità storica di un tradizionale antisemitismo francese, che durante la guerra portò il governo di Vichy a collaborare con i nazisti e i loro alleati arabo-musulmani nello sterminio degli ebrei. Sensibili alla propaganda anti-israeliana delle ambasciate d’Egitto e della Lega Araba, questi politici e intellettuali s’impegnano per un raffreddamento delle relazioni franco-israeliane e per la ripresa di una tradizionale politica francese pro arabi, antiamericana e ostile a Israele, che si afferma dal 1964.

Questo orientamento riceve gli incoraggiamenti del Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini, rappresentante palestinese dei Fratelli Musulmani, collaboratore di Hitler e criminale di guerra, sottratto dopo la guerra al tribunale di Norimberga dal governo francese. Dal Cairo, dove risiede insieme a numerosi criminali nazisti convertiti all’Islam e assunti dallo Stato di Nasser, il Mufti mantiene il contatto con Parigi grazie a numerosi emissari francesi favorevoli alla sua politica. Molto popolare presso i popoli musulmani per la sua collaborazione con i nazisti durante la guerra, il Mufti promette alla Francia l’amicizia dei musulmani se essa riconoscerà l’indipendenza dell’Algeria e prenderà il comando di un’alleanza cattolica contro Israele, l’Inghilterra e l’America protestante.

Nel giugno del 1967, la vittoria schiacciante d’Israele in sei giorni sull’Egitto, la Siria e la Giordania, i cui eserciti avevano invaso il suo territorio, provoca una reazione violenta del capo di Stato francese, il generale De Gaulle, e gli serve come pretesto per avviare questa politica araba ostile a Israele (Conferenza stampa del generale De Gaulle, novembre 1967). Questa decisione scatena una serie di mosse prima a livello francese e poi europeo nei Paesi della CEE.

De Gaulle incarica Louis Terrenoire, ex ministro dell’informazione, di creare una rete di associazioni di solidarietà franco-araba, e di organizzare, con il sostegno del Ministero degli Esteri francese, delle grandi conferenze internazionali al Cairo e a Beirut, anti israeliane e di solidarietà e amicizia con i popoli arabi. Vi partecipano personalità politiche, universitari e giornalisti, vengono create delle riviste che denunciano i crimini dello Stato d’Israele e la vittimologia degli Arabi. Il tono di questi raduni ravviva il razzismo antisemita degli anni Trenta e Quaranta. Sostenuto dal governo francese, questo movimento s’ingrandisce e produce degli imitatori in Europa (Inghilterra, Svezia, Norvegia), dove costituisce dei legami euro-arabi accomunati dall’odio verso Israele. Queste manifestazioni europee anti-israeliane incoraggiano e giustificano il terrorismo palestinese. Catture di ostaggi, massacri, dirottamenti ed esplosioni di aerei puntano a obbligare, con il terrore, gli stati europei ad adottare la politica araba anti-israeliana.

Nel corso di questi anni la Francia, che nel 1969 ha aperto una rappresentanza dell’OLP a Parigi, obbedendo alle ingiunzioni della Lega Araba, si sforza di creare una politica europea comune pro-araba e anti-israeliana. Ci arriverà dopo la Guerra del Kippur nell’ottobre del 1973, quando la disfatta di Egitto e Siria contro Israele porta la Lega Araba a decretare un embargo petrolifero contro i Paesi amici d’Israele. Privati dell’energia, i nove Paesi della CEE accettano il piano franco-arabo: riconoscimento dell’OLP e di Arafat, e politica discriminatoria contro Israele.

Sulla base di queste decisioni confermate in due dichiarazioni (franco-tedesca nel novembre 1973 e della Comunità Europea, Copenaghen 15 dicembre 1973), i paesi della Lega Araba annullano l’embargo petrolifero e accettano di collaborare con i nove paesi della CEE in campo economico ed energetico. Per iniziativa di Michel Jobert, Ministro degli Esteri francese, viene creata una struttura, il Dialogo euro-arabo (22-23 marzo 1974), che permette una politica ufficiosa e discreta fra i paesi della CEE e quelli della Lega Araba sulla base di un riconoscimento dell’OLP e del suo capo terrorista Arafat.

Il Dialogo euro-arabo è composto da due gruppi di parlamentari. Il gruppo europeo (Associazione Parlamentare per la Cooperazione Euro-Araba, APCEA) comprende dei parlamentari in rappresentanza di tutti i partiti dei Paesi membri della CEE, compresi quelli d’opposizione. Il gruppo arabo (Unione Araba Interparlamentare) unisce delegati dei Paesi arabi. Questi gruppi si riuniscono sotto la doppia presidenza della Commissione Europea e della Lega Araba o dei loro rappresentanti. Essi determinano gli ambiti di collaborazione e stabiliscono delle commissioni e sottocommissioni specializzate nei diversi settori: finanziari, economici, industriali, petroliferi, universitari, politici, turistici, audiovisivi, culturali, artistici e dell’immigrazione. Da parte europea, i partiti al potere e quelli all’opposizione collaborano a questa struttura. L’unanimità determina l’uniformità della politica di tutti i partiti in questo campo.

Il nome Eurabia dato a questo progetto è quello del giornale Eurabia, pubblicato da Robert Swan, segretario generale e tesoriere di APCEA. Lo stesso nome va al Comitato Eurabia di Coordinamento Europeo per l’Amicizia con il Mondo Arabo, rete che collega e coordina le associazioni per l’amicizia con il mondo arabo sorte in dieci Paesi europei. Questo nucleo è responsabile dell’impianto politico del progetto Eurabia, sostenuto dalle più alte autorità dello Stato e della Comunità Europea.

Gli obiettivi di questa politica includono un numero considerevole di settori, ma almeno in principio si possono distinguere tre punti:

  • L’aspetto anti-israeliano e antisemita, il più importante per la Lega Araba e i Paesi musulmani.
  • L’aspetto dell’integrazione euro-araba nei settori petroliferi, industriali, economici, commerciali, prioritario per gli europei.
  • L’aspetto migratorio e culturale prioritario per l’Organizzazione della Conferenza/Cooperazione Islamica (OIC) che raccoglie cinquantasei Paesi musulmani[1].

È questo blocco sovranazionale euro-arabo creato nel 1974 che ha determinato l’evoluzione e la trasformazione dell’Europa, attraverso la sua acquisizione dei caratteri della dhimmitudine, collegati alla sua islamizzazione.

Ho ricordato brevemente le origini del progetto; quanto ai suoi limiti, non ce ne sono, dal momento che ha preconizzato l’ingresso della Turchia, del Marocco e di altri Paesi del Maghreb nell’Unione Europea. Secondo il ministro svedese Carl Bildt, l’Europa ha una vocazione a ingrandirsi, e quando avrà delle frontiere morirà. Questo breve riassunto delle origini indica che i promotori e gli attori del progetto Eurabia furono i capi di stato dei Paesi membri della Comunità Europea, i loro ministri degli esteri, il Consiglio Europeo e la Commissione Europea. Sono gli stessi che lo sostengono anche oggi, perché sono divenuti prigionieri di una strategia di un’ampiezza colossale che, attraverso la scelta deliberata di un’immigrazione musulmana di massa, lega l’insieme dei Paesi europei a quelli dell’OCI, il cui finanziamento dal 1974 a oggi non si calcola nemmeno in miliardi.

 

Perché l’Europa ha scelto un progetto strategico di questo genere per l’unione con il mondo arabo e islamico? L’islamizzazione dell’Europa è un effetto non previsto dai dirigenti europei?

Questo progetto strategico rispondeva alle ambizioni di sviluppo economico della CEE, al suo desiderio di potere e a dei motivi di sicurezza. L’avvicinamento ai Paesi arabi apre un’era d’espansione europea sui mercati petroliferi, commerciali, industriali, nel genio civile e nella modernizzazione delle infrastrutture dei Paesi arabi, insieme a massicce vendite di armi ed equipaggiamenti militari. A livello strategico, il generale De Gaulle e la sua cerchia più ristretta auspicavano la creazione di un blocco solidale euro-arabo mediterraneo la cui potenza, a livello internazionale, avrebbe eclissato quella dell’America e del blocco sovietico. L’appoggio francese e poi europeo alla guerra araba contro Israele, la legittimazione del terrorismo dell’OLP, il sostegno irrevocabile ad Arafat, la loro invenzione e sacralizzazione di una “causa palestinese”, deviavano verso Israele l’odio jihadista contro le antiche potenze coloniali, divenute delle alleate. La guerra euro-araba contro Israele garantiva la sicurezza dell’Europa contro il terrorismo e promuoveva la riconciliazione islamico-cristiana, fra Arabi ed Europei. La guerra europea contro Israele è stata il fondamento del riavvicinamento euro-arabo e la garanzia del suo successo.

Tuttavia, questo progetto non fu accettato subito da tutti: infatti fu architettato soprattutto dalla Francia e dalla Repubblica Federale Tedesca, e gli altri Paesi le seguirono. Il Lussemburgo e i Paesi Bassi rifiutarono di partecipare al lancio del Dialogo Euro-Arabo perché lo giudicarono antisemita. Numerosi politici, intellettuali, diplomatici e semplici cittadini lo denunciarono per le stesse ragioni. La libertà d’espressione funzionava ancora e l’indignazione, o il malcontento pubblico, imponevano quel carattere ufficioso che d’altra parte indignava i partner arabi. Questi ne reclamavano pubblicità e visibilità. Nel corso degli anni le sanzioni contro gli oppositori li ridussero al silenzio. Quella generazione fu rimpiazzata dall’indifferenza e dall’apatia di quella successiva, formattata dalla propaganda.

Ma non si può giudicare questo progetto basandosi sui risultati attuali. Nel 1973 nulla di ciò a cui assistiamo oggi esisteva ancora. L’Europa odierna si è costruita progressivamente sull’accumulo di decisioni, decreti, misure che avrebbero potuto essere differenti. In prospettiva ci si rende conto che l’islamofilia, l’antisemitismo e l’anticristianesimo, componenti del nazismo e largamente rappresentati nel XX secolo, hanno condotto l’Europa alla situazione attuale. Benché osteggiate, dopo il 1973 queste tendenze sono riuscite a mantenersi nelle alte sfere del potere, perché esse erano il cuore di questa strategia. Per i loro militanti, l’islamizzazione dell’Europa faciliterebbe la distruzione dei nazionalismi, neutralizzerebbe il cristianesimo e costituirebbe una forza europea per l’eliminazione del giudaismo e d’Israele. L’islam era il benvenuto.

L’Europa doveva anche accordarsi con le esigenze dei suoi partner arabi. Queste riguardavano l’immigrazione musulmana in Europa, lo sviluppo dell’antisemitismo-antisionismo e soprattutto la delegittimazione, l’isolamento e l’indebolimento d’Israele. Dal 2005 l’OCI esige delle leggi repressive contro gli europei colpevoli d’islamofobia.

Una delle idee principali su cui lei ha lavorato di più è la relazione tra il processo d’islamizzazione dell’Europa e l’antisemitismo europeo, in funzione dello sviluppo di posizioni filopalestinesi. Come sono legate le due cose, e quali sono le ragioni che l’hanno portata a sostenere questa relazione?

L’antisemitismo europeo è il perno dell’islamizzazione dell’Europa. Se l’Europa non fosse stata accecata dal suo odio contro lo stato d’Israele, non avrebbe nemmeno condotto una politica di fusione con delle popolazioni la cui religione e civiltà la condannano alla distruzione. Avrebbe ammesso che il dogma e la giurisdizione islamica le conferiscono uno stato uguale a quello d’Israele, vale a dire di miscredenti destinati dalla jihad alla sottomissione o allo sterminio. Io dico proprio “ammesso” perché essa lo sa bene, ma rifiuta questa realtà che la umilia, collocandola sullo stesso piano del suo nemico più stretto, ingolfandosi quindi in politiche suicide costruite sulla negazione. Avrebbe dovuto vedere nella lotta d’Israele le condizioni della propria sopravvivenza e adottare una salutare prudenza.

Ma l’Europa ha preferito costruire un’immaginaria Israele disumana, che si sforza d’isolare in una categoria diabolica. Per combatterla e portare a termine l’operato di Hitler con lo sradicamento d’Israele, ha inventato nel 1973 “il popolo palestinese” destinato a eliminare lo stato ebraico, e divenuto di conseguenza il suo alleato più prezioso e la sua passione più divorante. La palestinizzazione dell’Europa rappresenta un processo d’islamizzazione del cristianesimo. Ne costituisce lo strumento più radicale, perché si collega al fondamento stesso della teologia cristiana. Io ho esaminato le sue modalità nei pensatori, negli scrittori, nei prelati cristiani durante gli ultimi decenni del XX secolo, nel periodo di grande insicurezza per i cristiani dell’islam.

Questa corrente si ricollega a Louis Massignon, agente francese, e causa delle forme mistiche di condanna antiebraica, come il suo illustre discepolo, il padre gesuita siriano Yoakim Moubarak o il palestinofilo protestante Kenneth Gragg, o ancora, nella sua forma più estrema, il reverendo palestino-anglicano Naim Stifan Ateek, che confonde la Palestina crocifissa da Israele con la Croce. La sacralità di questa Palestina risiede nella sua missione, che consiste nel distruggere attraverso la diffamazione e l’odio internazionale lo Stato ebraico, per rimpiazzarlo con la Palestina, che ristabilirà la giustizia, la pace e l’armonia di un mondo senza Israele. Gli Europei filopalestinesi e i cristiani dei Paesi arabi accusano i cristiani favorevoli a Israele di provocare l’ostilità dei musulmani contro di loro. Questa affermazione non è che propaganda. L’anticristianesimo impregna i testi sacri musulmani e ha causato delle guerre contro i Paesi cristiani molto prima della moderna restaurazione dello Stato d’Israele. La lotta euro-araba del palestinismo comporta due missioni: la distruzione dell’ingiustizia (Israele) e la riconciliazione tra cristiani e musulmani grazie alla loro unione in questa lotta comune contro Israele.

Le Chiese arabo-cristiane – che io considero islamizzate – hanno diffuso l’antisionismo mistico nel pensiero occidentale attraverso il canale delle Chiese europee. Questa corrente di pensiero si ricollega alla politica nazista e del governo di Vichy di alleanza e collaborazione con gli Arabi e i Fratelli Musulmani. Questi ultimi reclutarono importanti contingenti musulmani per la macchina militare nazista. Alcuni ricevettero la loro istruzione militare in Francia. La nostalgia di questa fraternizzazione attraverso l’odio e la guerra, prolungata con l’esodo e l’islamizzazione di criminali nazisti in Egitto e in Siria, è pregnante non solo nei Paesi musulmani ma anche in Europa.

C’è qualcosa di profondamente penoso quando si scende negli abissi di odio nascosto dall’animo umano. Forse è Yoakim Moubarak colui che esprime meglio questa lacerazione dell’anima cristiana a causa del rifiuto dell’essenza stessa del cristianesimo: la sua radice ebraica, perché il cristianesimo ha adottato la Bibbia ebraica. Come scrive Moubarak, la lettura della Bibbia, e particolarmente dei Salmi e dei Profeti, cantori della spiritualità d’Israele, gli diviene così insopportabile che egli deve consolarsi con il Corano. Uno spirito razionale potrebbe domandarsi quale consolazione possano portare a un prete – a meno che non sia islamizzato – dei versetti coranici che incitano allo sterminio dei cristiani. Ma questo punto è insignificante rispetto all’esigenza implacabile di placare l’odio antisemita.

Questa corrente, sostenuta dall’apparato politico, mediatico e culturale messo al servizio della causa palestinese dall’UE, costruisce nel cuore del pensiero teologico e politico europeo la sacralità della Palestina, che diventa la maggior paranoia politica, essenziale e ossessiva di un continente popolato da centinaia di milioni di cristiani. Ora, il processo di sostituzione d’Israele con la Palestina ha messo in moto il trasferimento della sua storia – base della legittimità d’Israele – a delle popolazioni arabe designate come palestinesi dall’Europa. Questo passo si unisce alla corrente coranica d’islamizzazione della Bibbia che trasforma i personaggi biblici ebrei in profeti musulmani. Il Gesù ebreo, divenuto profeta musulmano nel Corano e che predica l’islam in arabo, è investito della missione di distruggere il cristianesimo e d’imporre l’islam a tutta l’umanità nel giorno del giudizio finale. Sebbene il Gesù coranico non sia legato ad alcun luogo geografico, la corrente cristiana islamofila ne ha fatto il simbolo della Palestina crocifissa da Israele.

Il palestinismo rappresenta di conseguenza un canale diretto d’islamizzazione del cristianesimo elaborato, incoraggiato, sostenuto, finanziato dalle più alte autorità ecclesiastiche e politiche europee. Oggi le società europee sono spiritualmente islamizzate dal palestinismo, politica dello sradicamento d’Israele per sostituirla con la Palestina islamica. Ora, la civiltà giudaico-cristiana che formò l’Europa non può sopravvivere se strappa dal proprio petto l’elemento fondamentale su cui si è innestato il cristianesimo: la Bibbia, cioè l’esperienza umana e spirituale del popolo ebraico. Potrà sopravvivere ancora meno se non solamente la strappa, ma insieme la nega, raggiungendo per imitazione l’islam che nega la storia del giudaismo e del cristianesimo. Facendo questo, l’Europa sopprimerebbe deliberatamente la forza viva della sua singolarità: i fondamenti oggettivi del suo razionalismo, perché l’esistenza del giudaismo e del cristianesimo poggiano su prove irrefutabili.

Ritengo che il palestinismo s’iscriva nella linea di continuità del nazismo e del governo collaborazionista di Vichy. Le stesse classi amministrative e politiche rimaste nel dopoguerra al comando dell’Europa si sforzarono, in conformità con l’ideologia nazista, di purificare il cristianesimo dalle sue radici ebraiche e di ricollegarlo all’islam. L’anticristianesimo nazista si manifesta nelle politiche d’islamizzazione dell’Europa. Allo stesso modo, la passione paranoica euro-palestinese esprime la repressione dell’odio d’Israele e la rivincita del nazismo.

Ho studiato il palestinismo nel contesto delle mie ricerche sulla dhimmitudine, che riguarda tredici secoli di storia cristiana nei Paesi cristiani islamizzati. Mi sono interessata in particolare alle modalità di mimetismo cristiano come mezzo di sopravvivenza nell’ambiente musulmano, ma che paradossalmente facilita la conversione. È anche importante sapere che nel corso dei secoli le intese tra le classi dirigenti cristiane (compresi i religiosi) con i conquistatori musulmani contribuirono all’islamizzazione dei loro Paesi[2].

 

Il dibattito sulle radici giudaico-cristiane dell’Europa è di nuovo attuale, a causa dell’assenza di riconoscimento di queste radici nell’introduzione della Costituzione Europea, così come è stata modificata dal Trattato di Lisbona nel 2007. Secondo lei, si trattava della scelta di affermare la laicità delle istituzioni europee, oppure dietro la formula generale (le «eredità culturali, religiose e umaniste dell’Europa») ci sono altre ragioni, legate al progetto Eurabia?

Tutte e due possono essere invocate, ma io propenderei per la seconda ipotesi. Perché la laicità delle istituzioni europee del XX secolo non può smentire la cristianizzazione dell’Europa del IV secolo. Sedici secoli separano le due date, sono forse privi di ogni sostanza? Per la verità è il progetto Eurabia che ha determinato questa mutilazione, perché il Corano proibisce ai musulmani, in versetti molto espliciti rafforzati da numerosi hadith (parole e atti attribuiti a Mahomet che hanno un valore normativa) di assimilarsi agli ebrei e ai cristiani e di adottare i loro comportamenti e le loro idee. Questa regola è ripetuta diciassette volte al giorno nelle preghiere quotidiane del musulmano osservante e appare nella prima sura.

Cancellare il carattere giudaico-cristiano dell’Europa significa permettere d’incidere nel suo passato e nel suo presente i segni dell’islam, come hanno affermato numerosi politici europei, tra cui Jacques Chirac e Dominique de Villepin. Allora diventerebbe legittima l’instaurazione delle leggi della sharia. L’intenzione di fare dell’Europa un continente euro-musulmano traspare chiaramente in questa eliminazione, perché non sono certo né i buddisti né gli induisti che si opporrebbero alla sua caratterizzazione giudaico-cristiana. Per quanto ne so, solo i musulmani la contestano, perché essi affermano che la cultura europea è tributaria della civiltà arabo-musulmana, e negano la derivazione cristiana dal giudaismo.

Anche gli antisemiti la negano. Ma il cristianesimo non è una religione spontanea emersa sui generis dal nulla. I suoi fondatori erano dei giudei ebrei, e la Bibbia è il suo testo sacro. Eliminare la radice ebraica significa eliminare la Bibbia. Su cosa si baserebbe allora il cristianesimo? Sul Corano e sul Gesù musulmano? Quindi sull’islamizzazione del cristianesimo. Ecco forse là un’altra motivazione per negare le origini giudaico-cristiane dell’Europa, proveniente dalle origini naziste della Comunità Europea, perché nel giudaismo c’è il nemico: Israele.

Lei afferma che gli arabi cristiani erano i principali fautori del palestinesimo. Ma perché i cristiani hanno preferito sostenere il progetto palestinese e non quello israeliano? Questo dipende forse da un sentimento antiebraico molto diffuso?

Brevemente io vedo quattro ragioni per questo comportamento, ma vorrei dire subito che molti cristiani dei Paesi arabi hanno sostenuto, aiutato e amato Israele e il sionismo. Hanno sognato di potersi liberare dalle loro catene come ha fatto Israele, di avere accesso alla dignità umana liberandosi dall’asservimento della dhimmitudine, di vivere liberamente la loro fede e la loro cultura nella loro patria ancestrale. Nei periodi più intensi del loro martirio, assimilavano le loro prove a quelle del popolo ebreo e recitavano passaggi dei Profeti. Ho riprodotto questi testi nei miei libri. La storia della dhimmitudine è un’esperienza umana di tredici secoli, comune agli ebrei e ai cristiani. Ho scritto i miei libri perché dei cristiani che non conoscevo mi hanno chiesto di farlo per loro. Israele era una forza che accarezzavano dentro di loro, perché in essa vedevano la strada verso la loro salvezza. Questi cristiani non si dichiaravano arabi, erano fieri della loro eredità storica che datava dai millenni precedenti l’arabizzazione e l’islamizzazione del loro Paese. Quelle conquiste hanno distrutto i loro popoli, per mezzo della schiavitù e dei massacri, i loro monumenti, le loro antiche città e le loro radici, come si vede oggi a Palmira e altrove.

La prima ragione del sostegno dei cristiani arabi alla Palestina è la politica pro-islamica delle potenze coloniali europee, che soffocarono e agirono anche contro i movimenti di autonomia nazionale dei cristiani armeni, assiri, siro-caldei in una politica di pacificazione dei musulmani. Dopo la prima guerra mondiale i governi europei, le Chiese, il Vaticano dichiararono ai notabili cristiani che la loro sicurezza risiedeva unicamente nella difesa delle cause islamiche, di cui l’antisionismo era la più importante. Gli USA sostennero questa politica.

Dopo la Dichiarazione di Sanremo (25/04/1920) da parte della Società delle Nazioni che riconosceva al popolo ebreo il diritto di costruire un Focolare nazionale in Palestina (Israele e Giordania), i partiti politici antisemiti occidentali ingiunsero ai cristiani arabi di unirsi ai musulmani per militare nel Nazionalismo arabo. Una delle motivazioni di questo movimento creato dalla Francia dopo il 1860 mirava, attraverso l’alleanza di due odi verso gli ebrei, a unire cristiani e musulmani nella lotta araba contro il sionismo. I cristiani d’Oriente divennero gli strumenti della politica antisemita francese. Numerosi cristiani, politici, intellettuali e religiosi, si rifiutarono, scorgendo nel nazionalismo arabo una dissoluzione delle identità etniche e religiose cristiane nell’arabismo, cioè nell’islam. Cento anni più tardi, l’evoluzione prevedibile del nazionalismo arabo nell’islamismo terminerà di distruggere le comunità cristiane totalmente disgregate dal rifiuto della propria origine religiosa ed etnica.

La seconda ragione è la politica francese in Oriente che proibiva ai cristiani ogni tipo di solidarietà o amicizia con il sionismo e Israele. L’Europa, che aveva programmato lo sterminio totale del popolo giudeo per mezzo della Shoah, negli anni Sessanta programmava, con l’alleanza euro-araba, i cui pilastri erano Arafat e la Palestina, l’eliminazione dello Stato Ebraico. La solidarietà e la fusione islamo-cristiana avrebbero realizzato la riconciliazione tra islam e cristianesimo. I cristiani dovevano assolutamente sostenere il progetto palestinese che era quello dell’Europa.

La terza ragione è l’antisionismo tradizionale delle Chiese d’Oriente, radicato nei suoi dogmi e attizzato dal potere musulmano. Così, durante il Concilio Vaticano II, i governi arabi esercitarono delle pressioni sulle decisioni conciliari, attraverso la mediazione dei vescovi arabi, per mantenere l’infamia degli ebrei nella liturgia e negli insegnamenti cristiani. Spesso le pressioni arabe si accompagnavano a minacce di rappresaglie collettive contro le comunità cristiane nei loro Paesi. Ancora oggi, i vescovi arabi reclamano dall’Europa il suo riconoscimento della Palestina come condizione per la sicurezza di queste comunità nei paesi musulmani. In altre parole: se l’Europa non sopprime Israele, i musulmani si vendicheranno sui cristiani.

La quarta ragione, che contiene le precedenti, è la dhimmitudine, questa condizione d’insicurezza permanente imposta dalla sharia, che riduce la vita dei non musulmani a un valore monetizzato, unito a discriminazioni umilianti. Una di queste condanna a morte ogni non musulmano colpevole di allearsi con i nemici dei musulmani o di manifestare solo simpatia. Il sostegno a Israele nei Paesi musulmani comporta la pena capitale. Quest’unica condizione ha obbligato i cristiani che vivono in un mondo islamico a essere più antisionisti degli stessi musulmani.

È necessario rendersi conto che l’antisemitismo-antisionismo è un potente strumento politico utilizzato dall’Europa nella sua politica islamofila, per raggiungere i suoi obiettivi, oppure esso si ritorcerà sempre contro i cristiani, perché nell’islam cristiani e giudei sono intercambiabili.

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Secondo la ricostruzione (che troviamo in Comprendere Eurabia) dei legami tra il mondo musulmano e l’Europa in nome del palestinesimo, in che misura è possibile affermare che esisteva un’alleanza anti-israeliana?

Nell’elaborazione di questa nuova strategia si distinguono tre politiche interconnesse:

  1. La dimensione politica (la lotta comune contro Israele)
  2. Un’ampia cooperazione tra i Paesi della CEE e i Paesi arabi a livello economico, industriale, militare, petrolifero, mediatico, culturale e d’investimenti.
  3. Una politica migratoria di apertura dell’Europa con l’adozione del ricongiungimento familiare e una politica di accoglienza appropriata sul piano sociale, professionale, scolastico, sanitario e culturale per gli immigrati musulmani.

La sconfitta degli eserciti egiziano e siriano che avevano invaso Israele nell’ottobre del 1973 aveva deluso la speranza europea di una disfatta israeliana. L’Europa aveva proibito il sorvolo del suo territorio agli aerei americani che rifornivano Gerusalemme, la Gran Bretagna aveva chiuso loro il suo aeroporto di Cipro e il cancelliere tedesco aveva vietato loro le basi della NATO in Germania. Tuttavia Israele, benché ferita e sanguinante, era sempre in piedi.

Furiosa per la neutralizzazione delle armate egizio-siriane, la Lega Araba decretò l’embargo petrolifero contro l’Europa, con l’esclusione della Francia sua alleata. Quadruplicò il prezzo e classificò i Paesi consumatori di petrolio in amici, neutrali o nemici degli arabi. Danimarca e Olanda, troppo legate a Israele, furono punite. In effetti, le operazioni militari di terra contro Israele si accompagnavano a una guerra economica e terroristica contro l’Europa (1969: Zurigo, Atene. 1970: Monaco, Amsterdam. 1972-73: Londra, Bruxelles, Monaco, Cipro, Roma, Atene). La strategia araba mirava a condurre la CE ad allinearsi alla politica araba anti-israeliana e a forzarla a riconoscere Arafat e l’OLP, la sua organizzazione terroristica. Gheddafi, Feysal d’Arabia, lo sceicco Yamani ministro saudita del petrolio, dichiararono che non ci sarebbero state né concessioni né ripensamenti nelle loro decisioni, e che le loro richieste avrebbero dovuto essere accettate senza condizioni per ottenere l’annullamento dell’embargo. Il 6 novembre 1973, con una risoluzione congiunta, i Nove si allinearono sulle posizioni arabe nel conflitto contro Israele[3].

In un incontro tra il presidente francese Georges Pompidou e il cancelliere della Germania Occidentale Willy Brandt, svoltosi il 26 e il 27 novembre 1973, i due leader riaffermarono la loro intenzione di iniziare un dialogo con gli arabi. Questa dichiarazione coincise con il VI vertice della Conferenza araba, tenutosi ad Algeri dal 26 al 28 novembre. I capi di stato arabi risposero con una dichiarazione indirizzata alla CEE, in cui si diceva che essi avevano «registrato con attenzione e interesse le prime manifestazioni di una maggior comprensione della causa araba da parte degli stati dell’Europa occidentale. […] Adottando posizioni chiare ed efficaci, e soprattutto impegnandosi ad agire in ogni modo in vista del ritiro di Israele da tutti i territori arabi occupati, in primo luogo da Gerusalemme, e del ripristino dei naturali diritti del popolo palestinese, l’Europa rafforzerebbe al tempo stesso la sua volontà di indipendenza [dell’America] e il suo ruolo nelle questioni mondiali»[4].

Questa posizione è differente dalla Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza del novembre 1967, che non nomina un popolo palestinese ma dei rifugiati, compresi il milione di rifugiati ebrei provenienti dai Paesi arabi. I territori in questione furono occupati illegalmente e colonizzati dall’Egitto, la Siria e la Giordania durante la guerra araba dichiarata a Israele nel 1948-49.

Contro ogni aspettativa, Israele era sopravvissuta miracolosamente alla Shoah, poi alle tre guerre di annientamento dei Paesi arabi. La decisione europea di ridurre il suo territorio a delle proporzioni esigue e indifendibili non solamente la condannava a morte, ma violava la sua sovranità e i suoi diritti storici. Era evidente che la deliberata scelta europea d’imporre delle condizioni di pace inaccettabili per Israele la rinchiudeva in un conflitto che andava a tutto beneficio dell’Europa.

La dichiarazione di Algeri sottolinea chiaramente il legame tra lo sviluppo della cooperazione euroaraba e il quadro politico. Lo stesso anno la Conferenza di Damasco del Dialogo (14-17/9/1974) riunì esponenti di tutti i partiti presenti nei Parlamenti dei Paesi aderenti alla CEE, eccetto quello danese. Gli arabi fissarono le condizioni politiche per gli accordi di cooperazione economica con gli stati membri della CEE, elemento essenziale del Dialogo:

  1. ritiro incondizionato di Israele alle linee d’armistizio del 1949;
  2. sovranità degli arabi sulla città vecchia di Gerusalemme, di cui si erano impadroniti con la forza nel 1948, cacciando ed espropriando tutti gli ebrei;
  3. partecipazione dell’OLP e del suo leader Yasser Arafat a tutti i negoziati;
  4. pressioni della CEE sugli Stati Uniti per allontanarli da Israele e avvicinare la loro politica a quella araba.

Queste precondizioni politiche, indispensabili per l’apertura del Dialogo, furono ribadite un mese dopo al VII Summit della Conferenza Araba. In quel Summit, tenutosi a Rabat nell’ottobre del 1974, i leader arabi precisarono che lo sviluppo del DEA doveva seguire gli orientamenti indicati nella dichiarazione del VI vertice arabo di Algeri, trasmessa alla CEE il 28 novembre 1973, che definiva le richieste politiche arabe concernenti Israele. Al Dialogo non era assegnato alcun limite di tempo. Per la parte araba, l’interdipendenza degli aspetti economici e politici della cooperazione euroaraba rappresentava una clausola non negoziabile. Alle riunioni euro-arabe, i delegati musulmani non mancavano mai di ricordarlo ai loro colleghi europei, esigendo dei risultati. Questa correlazione è sottolineata nell’introduzione della memoria congiunta del Comitato misto di esperti riuniti al Cairo (10-14 giugno 1975) per la prima riunione del Dialogo euro-arabo che precisa:

«Il Dialogo Euro-Arabo è il frutto di una volontà politica comune che si è manifestata ai massimi livelli e che ha per oggetto l’instaurazione di speciali relazioni tra i due gruppi. Le due parti rammentano che il dialogo ha origine negli scambi intercorsi tra loro alla fine del 1973, comprendenti in particolare la dichiarazione fatta dai nove stati membri della Comunità Europea il 6 novembre 1973 a proposito della questione mediorientale, ma anche la dichiarazione rivolta ai paesi dell’Europa occidentale dalla VI Conferenza al vertice dei paesi arabi, svoltasi ad Algeri il 28 novembre 1973».

Contrariamente a Israele e all’America, l’Europa, e in particolare Parigi, rifiutavano il principio della pace separata tra Gerusalemme e dei Paesi arabi. La pace tra Israele e l’Egitto nel 1979, sotto l’egida americana, gettò la Lega Araba in un tale furore che essa espulse l’Egitto dai suo ranghi e interruppe le sedute del Dialogo. Essa rimproverava all’Europa la sua incapacità d’impedire la pace. La CEE, dopo aver riconosciuto con reticenza questa pace, per compiacere gli arabi promulgò subito la Dichiarazione di Venezia (1980), in cui essa si attribuiva il diritto di stabilire le frontiere e la politica d’Israele. Questo testo che condanna Israele alla distruzione determina fino a oggi la politica europea.

Nel Simposio di Amburgo del Dialogo Euro-Arabo (11/04/1983) vengono menzionati il legame tra gli interessi finanziari e le buone relazioni dell’Europa con i paesi musulmani e la sua politica anti-israeliana. Nel discorso di apertura, Hans-Dietrich Genscher, ministro degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca, insistette sull’importanza del Dialogo per cementare la solidarietà euroaraba. Dopo aver ricordato le origini del DEA, risalenti al 1973, dichiarò che i suoi aspetti politici non dovevano essere ignorati. Per essere più precisi, definì la politica anti-israeliana della CEE in Medio Oriente come il fondamento di tutto l’edificio della cooperazione economica euroaraba:

«In verità il Dialogo Euro-Arabo sarebbe incompleto se venisse ignorato o sottovalutato l’aspetto politico. I due interlocutori del Dialogo, i due partner, dovrebbero tenere sempre presente il Memorandum congiunto emesso al Cairo nel 1975, la Carta del Dialogo. Da tale Memorandum sono tratte le seguenti citazioni: «Il Dialogo Euro-Arabo è frutto di una volontà politica comune (che si è manifestata ai massimi livelli) e che ha per oggetto l’instaurazione di speciali relazioni tra i due gruppi». Noi europei ci siamo schierati in modo chiaro e convinto a favore della ripresa del Dialogo Euro-Arabo nella dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980. In seguito, i diversi gruppi di lavoro legati al Dialogo sono divenuti più attivi e le prospettive per il futuro sono ora promettenti»[5].

Gli sviluppi della politica euro-araba – oltre ai maggiori cambiamenti che introduce nella stessa Europa – dimostrano un accanimento contro Israele nella continuità politica degli anni Quaranta. Esiste una coerenza interna tra il piano nazista di costruzione dell’Europa accoppiato a un’integrazione economica dei Paesi arabi, e la politica dell’UE. Il primo presidente della Commissione Europea (1958-1967) Walter Hallstein era un giurista tedesco nazista, che l’aveva redatto personalmente per Hitler. L’artefice della politica araba della Francia a cui aderirono gli altri stati era un funzionario di Vichy, Maurice Couve de Murville; i militanti di questa politica appartenevano a dei partiti collaborazionisti e antisemiti.

L’impegno dell’Europa verso i Paesi arabi, che consisteva nell’obbligare Israele ad autodistruggersi per sviluppare le proprie relazioni commerciali, è sottolineato in due lettere recenti firmate da vecchi ministri, alti funzionari dell’UE, diplomatici, intellettuali, creatori e promotori di questa politica negli anni Settanta. Queste lettere sono indirizzate ai capi di stato attuali. I firmatari ricordano loro che le sanzioni dell’UE contro Israele hanno come posta in gioco gli interessi commerciali e diplomatici europei nei Paesi arabi che sono attualmente eccellenti (2/12/2010). Questo gruppo, che si definisce nell’ultima lettera (aprile 2013) «Gruppo europeo di eminenti personalità», evoca gli obblighi precedenti presi dall’Europa verso i Paesi arabi, che consistevano nel creare la Palestina in Giudea-Samaria e a Gerusalemme, nel cuore d’Israele, e scongiurano i responsabili attuali di procedere nell’instaurazione di un processo di “pace e di giustizia” che non è nient’altro che la negazione dei diritti d’Israele e la sua scomparsa. In seguito a queste raccomandazioni, sostenute dagli atti terroristici e dalle minacce del Califfato dell’Iraq e dell’Oriente in Europa, i governi europei hanno riconosciuto, uno dopo l’altro, la Palestina e hanno adottato delle misure di boicottaggio anti-israeliane.

Preciso che queste politiche sono condotte al livello più alto degli Stati, dai governi, dalle strutture, dai ministri degli esteri, dai diplomatici, dai commissari europei e dalle loro reti universitarie e mediatiche, all’insaputa delle popolazioni che le ignorano o le subiscono. Uomini politici e intellettuali le hanno denunciate, ma non hanno potuto sopprimerle.

A partire dal 1973 una virulenta campagna di demonizzazione dello Stato Ebraico rimpiazzò i rapporti fino a quel momento amichevoli con l’Europa. Spinta dai comitati Eurabia sostenuti dalla Commissione, e dai petrodollari, diffuse la propaganda del vittimismo palestinese fondato sull’impunità del terrore e della jihad. A quell’epoca la pubblicazione dei primi libri sull’orrore dei campi di sterminio e del collaborazionismo con l’occupante nazista alimentò una liberazione antisemita nella causa palestinese, divenuta propria dell’Europa.

In Comprendere Eurabia torna spesso il riferimento a due concetti chiave delle sue posizioni: dhimmitudine e, appunto, Eurabia. In che modo sono correlati, e la dhimmitudine è solo un supporto per la concretizzazione dell’Eurabia, oppure ne costituisce il principio ispiratore?

Essa è il suo principio ispiratore, la sua struttura e il suo programma obbligatorio, perché le autorità religiose e politiche islamiche non hanno ancora ripudiato ufficialmente e definitivamente l’ideologia e la legislazione della jihad, che sono legittimate dal Corano e dagli hadith. Di conseguenza, le relazioni fra musulmani e non musulmani restano regolate da un codice di guerra che le divide in tre categorie: la guerra, l’armistizio temporaneo unito a certe condizioni nel caso in cui la vittoria islamica sia incerta, la sottomissione.

Oggi l’Europa – e in generale l’Occidente – rientra nella seconda categoria, quella di pace temporanea, che assicura le condizioni classiche dell’armistizio: pagamento di tributi, costruzione di moschee, immigrazione, la cui soppressione costituirebbe un casus belli, rispetto della sharia, divieto di qualsiasi opposizione allo sviluppo della religione musulmana, partecipazione alle guerre di conquista islamiche con l’invio di contingenti militari o guerra psicologica; propaganda, diffamazione. Gli accordi euro-arabi di Eurabia hanno impegnato l’Europa in questo percorso. La sua partecipazione e il suo finanziamento di una guerra ideologica, culturale e politica contro Israele, a cui le Chiese arabe hanno largamente contribuito, equivalgono al pagamento di un tributo, e a un impiego mercenario cristiano al servizio dell’Islam, richiesti dalle regole d’armistizio.

Gli stati europei e l’Unione Europea, così come le Chiese, hanno destinato miliardi di euro al finanziamento di una campagna di diffamazione e d’incitamento all’odio contro Israele, per mezzo della stampa, dei campus universitari, della cultura, con la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), la marcatura di prodotti israeliani, destinata a strangolare la sua economia, e attraverso il finanziamento di ONG israeliane incaricate di distruggere Israele dall’interno. L’UE è la più grande finanziatrice dell’UNRWA (l’agenzia dell’ONU per il soccorso dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente). In effetti, nessun Paese del pianeta ha subito aggressioni di questa entità, soprattutto da Paesi che si dichiarano amici.

Ancora oggi i media ufficiali europei non menzionano mai Israele fra i Paesi aggrediti dal terrorismo jiahdista, perché la stessa UE lo giustifica e lo finanzia contro Israele. Gli israeliani sono ridiventati, come sotto il nazismo, dei subumani che possono essere uccisi legittimamente. Quando Israele si difende, la Svezia non critica l’assassino ma l’israeliano che si difende. Questa legittimazione della jihad ha importato il terrorismo in Europa e ha stravolto il pensiero politico e morale europeo. Distrugge la coesione sociale, incoraggia l’antisemitismo e la destrutturazione di un’identità europea rinnegata attraverso l’odio delle sue origini.

Nel ricostruire la storia di Eurabia, lei individua le sue origini nel sogno francese di un impero franco-arabo in Africa e nel Mediterraneo; e, secondo lei, la Francia ha giocato un ruolo di primo piano per la sua affermazione. Alla luce di ciò, come si possono interpretare gli attentati di Parigi dello scorso novembre?

Gli attentati del novembre 2015 si collocano in una lunga lista di attentati terroristici arabi in Francia e in Europa a partire dagli anni Sessanta, miranti a modificare la politica europea. Insieme all’arma del petrolio furono gli strumenti principali della resa europea e dell’emergere di Eurabia. Gli ultimi attentati e quelli dell’anno scorso sono il risultato della violazione delle condizioni di tregua da parte degli europei nei loro Paesi: contestazione della sharia, opposizione alla costruzione di moschee, al velo islamico, all’immigrazione, pubblicazioni blasfeme secondo i criteri islamici di blasfemia, partecipazione della Francia a delle guerre in Africa contro dei movimenti islamisti. La situazione si è aggravata con l’emergere di un califfato che ha ristabilito il regime classico islamico abolito dal colonialismo, e che ha i mezzi per attivare le numerose cellule dormienti in Europa.

I governi europei conoscono perfettamente questi dati storici. Essi gestiscono le minacce jihadiste per mezzo di leggi liberticide contro i loro connazionali, col pretesto della lotta contro l’islamofobia. Le agitazioni frenetiche dei loro parlamenti per il riconoscimento della Palestina nel cuore d’Israele – riconoscimento in piedi e fra gli applausi da parte del parlamento francese – costituiscono le loro risposte preventive alle minacce jihadiste e la loro politica tradizionale di pacificazione verso i Paesi musulmani.

La posizione della Francia si colloca in un altro contesto che non è quello della jihad ma un suo sfruttamento per i propri fini.

La Francia ha sempre manifestato ostilità al sionismo per motivi religiosi, pregiudizi antisemiti e ambizioni politiche. Nel 1840 a Damasco, col pretesto della morte di un religioso cattolico che non poté essere provata, il console francese dichiarò che la Francia e i cristiani avrebbero protetto i musulmani contro la pericolosità degli ebrei di Damasco, accusati di un delitto rituale che aveva inventato lui stesso. A partire da quel periodo la Francia non smise mai di dichiararsi potenza protettrice dei musulmani contro un pericolo fantasma degli ebrei, per poter scaricare su di loro l’ostilità musulmana causata da una dominazione coloniale cristiana. Questa politica si manifestò in modo particolare in Algeria, con l’antisemitismo di Eduard Drumont, nel Medio Oriente per mezzo di pubblicazioni particolarmente velenose come quella di Negib Azoury, agente libanese del Quai d’Orsay, che nel 1905 faceva appello a un’alleanza mondiale dei musulmani e dei cristiani contro il sionismo, pericolo giudeo universale. Questa ideologia continuò sotto il nazismo, la Francia di Pétain e oggi nella difesa di una causa palestinese, inventata per favorire gli interessi finanziari e strategici europei nel mondo musulmano.

Il ruolo pionieristico della Francia nella politica del Dialogo Euro-Arabo, il fondamento di Eurabia, è sottolineato da politici e analisti arabi come Saleh al-Mani, Bichara Khader, Chedli Klibi, segretario della Lega Araba (conferenza stampa a Parigi, 6/12/1979), il Ministro degli Esteri siriano Farouk al-Sharaa (Damasco, 11/07/1998), gli storici David Pryce-Jones, Roy H. Ginsberg e infine dagli stessi uomini politici francesi, come Jacques Chirac, protettore di Arafat contro Israele, nel suo discorso al Cairo (8/04/1996). Fondata su fatti e politiche innegabili, quest’opinione è largamente condivisa.

In che misura l’ondata migratoria dai Paesi arabi in Europa e le politiche europee ritenute troppo morbide rientrano allora in questo scenario di costruzione di Eurabia?

Lo scenario di Eurabia comprende numerosi aspetti di politica esterna e interna. I più importanti di politica interna riguardano la demografia, la cultura, l’integrazione sociale, la discriminazione positiva o, per dirla chiaramente, la preferenza degli immigrati. Gli strateghi di Eurabia applicano a Israele e ai popoli europei gli stessi principi di mescolanza tra le popolazioni attraverso la soppressione delle frontiere, l’immigrazione, la denazionalizzazione territoriale, culturale e storica allo scopo di creare un ordine mondiale sovranazionale, attraverso la scomparsa delle nazioni. In breve, una distruzione di tutti i fondamenti della civiltà giudaico-cristiana in Israele e in Occidente – distruzione che risparmia i territori musulmani.

È chiaro che la continua e massiccia immigrazione musulmana, incoraggiata e inquadrata dai governi europei, modificherà la composizione demografica europea e distruggerà le strutture nazionali collettive fondate sulla cultura, la lingua, la storia e le istituzioni comuni e omogenee. Questo flusso di popolazioni eterogenee, se non addirittura ostili, impianterà in Europa le leggi, i precetti e l’ideologia della civiltà della sharia.

Questi sono gli obiettivi dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), che unisce l’insieme dei Paesi musulmani. Attraverso il canale delle lobby, di cui la più importante è stata l’APCEA – io fornisco i nomi dei suoi presidenti e vicepresidenti insieme alle date dei loro mandati in Comprendere Eurabia – le decisioni dell’OCI interferiscono in quelle dell’UE in differenti settori di politica interna: immigrazione, lotta contro l’islamofobia, insegnamento dell’islam, musei della civiltà islamica, reti di scuole musulmane, discriminazione positiva, antisionismo, palestinismo, ecc. Coloro che non conoscono i rapporti e i documenti dell’OCI ignorano che la Comunità Europea non ha fatto che obbedire alle ingiunzioni dell’OCI in materia d’immigrazione e di accoglienza dei migranti musulmani, di multiculturalismo, di colpevolizzazione delle società d’accoglienza, di negazioni della nazionalità, di rigetto delle misure di sicurezza e delle tradizioni nazionali assimilate a dell’islamofobia. La crescita di una popolazione musulmana in Europa, di cui l’OCI si dichiara protettrice nella sua Carta (marzo 2008), aumenterà il suo potere di nuocere in Europa.

I popoli europei hanno potuto constatare il sostegno e persino l’incoraggiamento all’immigrazione proveniente dai Paesi arabi dati dal Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, dalla Cancelliera Angela Merkel e dalla maggior parte dei paesi dell’UE. Navi e aiuti finanziari considerevoli sono stati mandati ai Paesi limitrofi per aiutare i migranti a sbarcare e ad attraversare l’Europa.

L’UE ha punito i Paesi recalcitranti come la Polonia e l’Ungheria, e ha riversato su tutte le reti di comunicazione una propaganda umanitaria a sostegno della sua azione. Pur negando i diritti storici sovrani dello stato d’Israele e istituendo il boicottaggio dei suoi prodotti per strangolarne l’economia, ha espropriato la storia della Shoah in una propaganda compassionevole, assimilando i migranti, che appartengono alla civiltà jihadista, alle popolazioni ebraiche che furono condannate a uno sterminio totale dal loro proprio governo. Queste situazioni non hanno nulla in comune. I migranti fuggono da guerre jihadiste intertribali, ma rappresentano delle popolazioni che non hanno mai denunciato la jihad anti-israeliana e anti-occidentale. Essi devono ricevere tutto l’aiuto necessario sul piano umano, ma il loro stabilirsi in Europa è un atto politico che deve ottenere l’approvazione delle popolazioni chiamate in causa, rispondere a determinati requisiti economici e di sicurezza e a certe condizioni di elementare prudenza.

Volendo imporre le sue quote di migranti sul territorio dell’UE malgrado le reticenze dei cittadini europei, la Commissione rivela le sue ambizioni dittatoriali e l’impotenza delle istituzioni nazionali democratiche. La sua propaganda ha ugualmente mostrato il suo controllo politico e culturale sui media dei Paesi dell’UE, i cui stati membri – con l’accordo di tutti i partiti – hanno collaborato a questa politica. Solo lo sviluppo del terrorismo e l’opposizione popolare dei partiti anti-immigrazione hanno fatto retrocedere i governi. La crisi dei migranti è dunque stata molto importante. Essa ha rivelato le politiche di Eurabia, vale a dire la politica di fusione mediterranea condotta congiuntamente dagli stati membri dell’UE e le loro istanze sovranazionali, a parte la Polonia e l’Ungheria.

Le azioni terroriste nel cuore dell’Europa hanno mostrato l’inadeguatezza dell’ideologia eurabiana nella realtà del terreno: fragilità delle frontiere, impreparazione dei governi praticanti il buonismo e designanti Israele come loro nemico per nascondere meglio chi li terrorizza. Impietriti nelle negazioni e nei tabù di una realtà di cui avevano deliberatamente rigettato i misfatti su Israele, la loro scelta dell’antisemitismo come punto di avvicinamento ai popoli musulmani, si è rivelata inefficace. Perché l’Europa, come Israele, fa parte del campo della miscredenza.

Alla fine, l’elemento più grave che emerge da questa crisi scava nel conflitto sempre più profondo fra governanti e governati, screditando la legittimità delle élites e quella dell’oligarchia onnipotente di Bruxelles che si accanisce ancora contro Netanyau. Essa elemosina una tregua dagli islamisti attraverso il riconoscimento della Palestina nei confini che ha stabilito nella Dichiarazione di Venezia, una vigliaccata in più per riprendere i suoi lucrosi contratti con i Paesi arabi. Chiaramente la CEE/UE si considera dotata dell’infallibilità e della conoscenza dei criteri della giustizia nei suoi decreti, che ordinano la distruzione d’Israele, mentre essi mostrano la sua resa al terrore dell’OLP, preludio ad altre rese al terrorismo jihadista che colpisce la stessa Europa.

Qual è la posizione del terrorismo islamico in questo scenario? E quale potrebbe essere il ruolo dell’ISIS?

Il terrorismo islamico rappresenta una tattica della jihad, guerra di conquista e d’islamizzazione. Le sue forme attuali che noi vediamo – anche nei conflitti inter-musulmani – sono prescritte dalla legislazione della jihad e riproducono uno scenario storico vecchio di tredici secoli, ben conosciuto dai dirigenti europei e dagli specialisti di questo settore. È proprio perché lo conoscevano che essi hanno voluto, per mezzo di una politica di alleanze con il mondo arabo-musulmano, sigillare la riconciliazione euro-musulmana deviando la jihad contro Israele. L’America ha fatto lo stesso in Afghanistan, addestrando i Talebani contro i sovietici. Finché noi continueremo a negare l’ideologia jihadista ne saremo le vittime. La jihad è stata molto spesso manipolata dalle potenze occidentali contro i loro nemici. È il caso della jihad palestinese, chiamata “resistenza” nella guerra segreta europea contro Israele.

Il ruolo dell’ISIS consiste nel ristabilire lo Stato islamico come è esistito per dodici secoli, finché la colonizzazione europea o la modernizzazione hanno modificato le istituzioni più fanatiche e retrograde. L’ISIS ambisce a restaurare il grande Califfato unendo tutta la Umma allo scopo di portare a compimento la conquista e l’islamizzazione delle terre non musulmane, dunque l’Occidente. È necessario precisare che questi progetti e questa ideologia sono rifiutati da moltissimi musulmani. Tuttavia la lotta per modernizzare l’islam è una loro responsabilità, e non si vedono molti progressi né un movimento di massa in quella direzione.

Se l’ISIS manterrà una base territoriale e delle entrate considerevoli si sforzerà di provocare costantemente degli attentati in Europa, dove può reclutare numerosi aderenti. Potrà anche indebolirla suscitando dei conflitti politici interni, ai quali si aggiungeranno il logoramento delle resistenze contro un terrorismo sempre rinnovato e inafferrabile, lo stress dell’insicurezza permanente, il conseguente rallentamento economico e una pressione migratoria costante sui fianchi dell’Europa. In breve, lo scenario della caduta dell’Impero bizantino (l’attuale Turchia), divorato da tutte le parti da un’invisibile immigrazione, le cui casse vuotate dai tributi pagati agli invasori interni ed esterni non furono più in grado di finanziare le campagne di difesa delle armate bizantine.

Se l’ISIS non riuscirà a mantenersi in una posizione così favorevole, imploderà, e il problema non verrà risolto. Per risolverlo bisogna che i musulmani stessi ripudino l’ideologia jihadista. Essi non l’hanno fatto perché l’Occidente non l’ha richiesto, e li ha al contrario sfruttati: gli USA con i Talebani contro i Sovietici, e l’Europa con i Palestinesi contro Israele.

Molti vedono la causa del terrorismo islamico nelle erronee politiche occidentali in Medio Oriente. Le sembra credibile questa posizione, oppure può essere ascritta al percorso di dhimmitudine e islamizzazione dell’Europa?

Presso alcuni questa posizione testimonia una così grande ignoranza e malafede da rendere inutile ogni discussione. Il terrorismo jihadista è prescritto da regole stabilite dai giuristi musulmani a partire dal VII secolo, qualunque sia la Politica dei paesi attaccati, perché la loro islamizzazione è un obbligo coranico. La jihad ha devastato le coste e le città europee per più di un millennio e islamizzato i Paesi cristiani d’Europa e d’Africa. Meglio lo si conosce e più si incoraggeranno i musulmani a procedere a una riforma necessaria dei loro dogmi.

Presso altri questi argomenti nascondono il sentimento di vulnerabilità del dhimmi, che si accusa dell’aggressività del musulmano per paura d’irritarlo di più e per elemosinare la sua tolleranza. In effetti, la legge islamica proibisce al dhimmi di difendersi contro un aggressore musulmano, pena la morte, e il giudice musulmano rifiuta la sua parola contro quella di un musulmano in virtù del principio per cui la miscredenza ha sempre torto. La jihad è considerata una guerra difensiva perché il miscredente, difendendosi, trasgredisce la volontà di Allah. La sua autodifesa è un’aggressione contro il jihadista che, obbedendo ad Allah, è obbligato a difendersi. Questa posizione è applicata dal mondo musulmano e dall’Europa a Israele: essendo la sua esistenza stessa un’aggressione, le sue misure di autodifesa aggrediscono i Palestinesi anche se essi attaccano gli Israeliani. È la base del principio d’inversione tra vittime e terroristi. Si può sottolineare che il giudizio europeo verso Israele e gli Europei esprime la stessa deformazione consecutiva alla dhimmitudine e all’islamizzazione. La sua osservazione è quindi corretta.

Il gran sacerdote del dogma della colpevolezza dell’Occidente fu Edward Saïd, cristiano egiziano, sedicente rifugiato palestinese. Creato da una corrente musulmana e dhimmi cristiana, questo dogma mirava a imporre all’Europa una colpevolezza verso i Palestinesi e gli arabi, equivalente a quella della Shoah. Esso attribuiva la creazione dello Stato d’Israele a una colpevolezza europea e si sforzava di ottenere la Palestina nello stesso modo, sfruttando il senso di colpa della colonizzazione in una narrazione vittimistica. Questa posizione è totalmente errata, perché l’Europa aveva utilizzato tutti i mezzi, compreso il genocidio, per opporsi alla restaurazione dello stato d’Israele. La legittimità storica d’Israele fu riconosciuta dalla Società delle Nazioni molto prima della Shoah. Lo stato ebraico esiste grazie alle vittorie che esso ha ottenuto da solo contro i suoi aggressori. I cristiani che sostengono la sua esistenza lo fanno perché i duemila anni della storia d’Israele sono il fondamento del cristianesimo, una realtà storica attestata dalla storia e dall’archeologia e senza la quale il cristianesimo non esisterebbe.

Lei è stata spesso accusata d’islamofobia. A partire dal suo punto di vista, verso quale avvenire si dirige l’Europa?

Sono stata accusata d’islamofobia da coloro che negavano le realtà della condizione del dhimmi; coloro che rifiutavano che questo stato fu comune agli ebrei e ai cristiani, e che respingevano la mia definizione della dhimmitudine. Queste obiezioni si fissavano profondamente nella convinzione eurabiana sviluppata in numerosi testi: l’islam era una religione di pace e d’amore, ebrei e cristiani avevano goduto di una perfetta tolleranza e Israele era la sola causa dei dissensi fra europei e arabi e il solo ostacolo alla pace.

L’arrivo del califfato conferma tutto ciò che ho scritto, fondato su testi storici incontestabili. Lo Stato islamico applica alla lettera le decisioni dei giuristi musulmani, regolando per mezzo dei versetti coranici la guida delle battaglie e la sorte dei prigionieri. Le leggi della sharia sono ugualmente applicate con rigore verso i musulmani, gli apostati e i non musulmani. Queste leggi della sharia erano applicate integralmente nei Paesi musulmani fino a metà del XIX secolo, quando l’Europa cercò di farne abolire alcune nell’Impero Ottomano. Coloro che mi hanno attaccato sono degli antisemiti e degli antieuropei, islamofili favorevoli all’islamizzazione dell’Europa.

Gli stessi mi hanno accusato dì aver inventato un complotto: Eurabia. Tuttavia, numerosi testi pubblicati dal Ministero degli Esteri francese, la Comunità Europea, storici e fonti arabe forniscono spiegazioni sulle politiche che ci hanno portato alla situazione attuale.

L’Europa ha davanti a sé delle sfide enormi, che non sono facili da gestire. I popoli europei dovrebbero per prima cosa liberarsi delle menzogne che sono state fatte loro ingoiare per quarant’anni, per non parlare delle sfide lanciate dall’Islam, le più importanti perché si manifestano sul suo territorio e minacciano la sua sopravvivenza. Importa sapere prima di tutto che molti musulmani rifiutano lo jihadismo, e che altri ignorano le sue regole, scritte in testi antichi e poco accessibili. Gli europei dovrebbero conoscerli per premunirsi. Dovrebbero esporli senza occultamenti, e discuterne in tutta libertà, perché queste leggi jihadiste li riguardano direttamente. Sono loro stessi che esse prendono di mira, e negarlo come si è fatto fino a oggi ne farà le loro vittime. Queste conoscenze erano banali fino agli anni Settanta, prima che il culto dell’auto-flagellazione davanti all’islam di Edward Saïd, legato alla credenza eurabiana e pro-palestinese non le proibissero. Riappropriandosi di queste conoscenze – che alla fine sono la loro storia – essi aiuterebbero i musulmani, che non aspettano che questo per intraprendere le riforme necessarie. In mancanza di ciò, l’Europa diventerà simile all’Iraq, alla Siria, al Libano. Tredici secoli di storia ci provano che questo scenario non è impossibile.


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[1] Bat Ye’or, Comprendere Eurabia, Lindau: 2015, pp. 73-79, e 163-165.

[2] Bat Ye’or, Il Declino della Christianità sotto l’Islam, Dal Jihâd alla Dhimmitudine, Prefazione di Jacques Ellul, Lindau: 2009.

[3]Bat Ye’or, Comprendere Eurabia,  pp.22-25.

[4] Bat Ye’or, Eurabia, Lindau, 2007, pp. 56-57.

[5]Derek Hopwood (a cura di), Euro-Arab Dialogue. The Relations between the Two Cultures. Acts of the Hamburg Symposium, April 11th to 15th 1983, Croom Helm, Londra 1983, p. 19.

 

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