Il paradiso perduto dei neoborbonici

La ricchezza economica e l’innovazione legislativa dello Stato Duosiciliano sono da sempre terreno di dibattito. Più volte viene descritto come il Regno dei sovrani Borbone venne defraudato di tutte le ricchezze e di quanto fosse solida la sua economia[1] tanto da paragonarla a quella dell’attuale Germania, e di come il Regno delle Due Sicilie fosse così solido da sorprendere Francia e Gran Bretagna. Inoltre i sovrani sembrano essere stati amatissimi dal popolo, quasi venerati come dei.Ma era realmente così?

E soprattutto che prezzo aveva tutta quella ricchezza?

I primi scricchiolii dei Borbone

A seguito della Guerra di Successione Polacca nel 1734 il Regno di Napoli e quello di Sicilia, al tempo ancora formalmente divisi, passano sotto il controllo della casa di Borbone sotto la guida di Carlo. Carlo troverà uno Stato in ampia difficoltà, uscito dai disastri del dominio spagnolo che avevano lasciato un’economia disastrata a malapena risollevata dal periodo vicereale degli Asburgo, le cui manovre finanziarie non erano state sufficienti per risollevare le casse dello Stato.

Bernardo Tanucci

Carlo otterrà una reale indipendenza dalla Spagna solo a seguito della pace di Vienna nel 1738, e nel 1741 nominò primo ministro un toscano che aveva portato a Napoli seguendo il consiglio di Gian Gastone dei Medici: Bernardo Tanucci.

Tanucci, giurista fermamente convinto della superiorità dello stato laico sulla Chiesa, attuò sin da subito una politica tesa a ridimensionare i privilegi ecclesiastici nel Regno[2] e diverse riforme che avrebbero portato nel Regno uno sviluppo economico tale da fargli vivere la sua età d’oro.
Non tutti i problemi furono però risolti: la Giunta di Commercio, nata per favorire la liberalizzazione degli scambi, si scontrò con i baroni del Regno che vedevano limati i propri privilegi nelle aree rurali, e che non ne permisero quindi il completo sviluppo.
Lo scontro tra questo tipo di aristocrazia legata ai sistemi feudali e la Corona sarà uno dei problemi principali nello sviluppo del Regno anche negli anni a venire.

Ulteriori scricchiolii dei Borbone

Nel 1759 re Ferdinando IV di Spagna muore senza eredi diretti, così Carlo III diviene titolare del trono di Spagna. Essendo il suo primogenito, Filippo, considerato infermo di mente, Carlo porterà con sé il secondogenito, Carlo Antonio, come erede al trono di Spagna e lascerà il trono di Napoli al terzogenito Ferdinando.

Ferdinando non era educato per essere Re, ma di fatto nei primi periodi il problema non si pose perché data la minore età del sovrano, gli si affiancò un Consiglio di Reggenza, controllato dal Tanucci e da Domenico Cattaneo, che restavano in stretto contatto con Carlo a Madrid, attenendosi alle sue direttive.

Nel 1768 Ferdinando, ormai adulto, sposa Maria Carolina d’Asburgo. L’influenza della donna nella politica sarà fondamentale, rendendo progressivamente lo stato più vicino alle posizioni austriache.
Inoltre con il passare degli anni gli avvenimenti della Rivoluzione francese avevano modificato l’atteggiamento della regina Maria Carolina che fino ad allora si era mostrata vicina agli ambienti illuminati tanto da aver guidato l’ambizioso esperimento di San Leucio[3] portandola ad avere atteggiamenti repressivi e influenzando seriamente il governo del marito, portandolo a una frattura con le classi intellettuali e nobiliari. La frattura con l’aristocrazia locale venne aggravata dalle scelte di Carolina, in primis quella di allontanare Tanucci nel 1777 per inserire al suo posto Giuseppe Beccadelli di Bologna che antepose frequentemente i propri interessi personali agli affari di Stato, arrivando a lucrare sul tesoro del Regno approfittando dei beni confiscati ai gesuiti[4]; la frattura venne aggravata inoltre dalla crisi bancaria dovuta alla scelta di Ferdinando, nel 1794, di riunire tutti i banchi in un unico Banco Nazionale[5] che portò ex fedelissimi come Carlo Iazeolla in prima fila a congiurare contro un Re sempre meno amato negli ambienti intellettuali.

Il tutto si concluse nello sciagurato attacco delle truppe napoletane alla Repubblica Romana, prontamente ribaltato dalle truppe francesi guidate da Championet che non solo restaurerà la Repubblica Romana, ma costringerà alla capitolazione il Regno di Napoli, inducendo il Re a una fuga precipitosa a Palermo, portando con sé tra l’altro i tesori del Regno.

Tutta colpa del Francese

Il declino del Regno di Napoli inizierà in questo periodo e continuerà per larga parte dell’Ottocento fino a una timida ripresa intorno al 1830. In questo periodo le carceri sono affollate e il tutto viene gestito in maniera abbastanza caotica. La creazione di una Repubblica nel 1799 è un esperimento di breve durata e Napoli viene riconquistata in breve tempo da un’armata guidata da un fedelissimo di Ferdinando, il Cardinale Ruffo.

Lo stesso Ruffo però rimase molto deluso dall’atteggiamento dei sovrani[6], soprattutto dopo che era giunto a una soluzione pacifica permettendo la fuga ai giacobini, fuga bruscamente interrotta dai rientranti sovrani che con l’appoggio della Marina inglese e dell’Ammiraglio Nelson giustiziarono centoventidue persone in quanto partecipanti agli eventi della Repubblica Napoletana.

Napoleone però non starà a guardare, e dopo la vittoria di Austerlitz conquisterà nuovamente Napoli, lasciandola nelle mani del fratello Giuseppe prima e del cognato Gioacchino Murat poi.
Il periodo francese è aspramente criticato da larga parte dei filoborbonici. La gran parte dei problemi riconosciuti anche dai nuovi Sanfedisti del primo periodo ottocentesco viene attribuita proprio al sovrano francese.
Murat viene accusato di aver attuato politiche antieconomiche e spesso tese a privilegiare gli interessi della Francia rispetto a quelli del Regno, come nel caso della chiusura delle risaie nel salernitano[7], fortemente criticata dai proprietari terrieri della zona.

Gioacchino Murat

La politica di Murat però, seguendo altre tipologie di fonti, non appare così fortemente negativa, infatti osservando l’enorme quantità di decreti[8] tesi a realizzare diverse opere pubbliche, si notano in particolare iniziative volte a migliorare la qualità di vita della popolazione: costruzione di scuole o istituti, autorizzazioni a effettuare giornate di mercato in alcune località, persino cospicue ricompense ai cittadini che contribuissero a liberare le campagne dai lupi (problema sicuramente molto sentito dai contadini dell’epoca). Inoltre a dispetto di quello che può apparire dalle discussioni sul riso appaiono due decreti, uno in particolare del 3 dicembre 1810 che stabilisce un premio per i coltivatori di canne da zucchero, che mostrano un Murat molto attento alle politiche agricole del suo Regno e sfatano il mito di un atteggiamento distruttivo del francese con le conseguenti ripercussioni drammatiche sul Regno.

La maggior parte delle colpe del forte declino del periodo 1800-1830 sembrano essere da attribuirsi agli enormi costi di gestione dell’armata austriaca[9] che stazionò nel Regno dal 1821 al 1827 a spese dello Stato, con spese che raggiunsero gli 85 milioni di ducati, per cui vennero introdotte tasse sul macinato e sul pesce salato piuttosto pesanti per l’economia locale.
Inoltre è da segnalare l’enorme giro di corruzione creato dai due fedelissimi del re Francesco I, succeduto a Ferdinando nel 1825, Caterina De Simone e Michelangelo Viglia, valletto personale del Re, vendendo prebende, onori e cariche amministrative che pure influì pesantemente sull’economia del Regno.

La fine di un Regno

Nel 1830 sale al potere Ferdinando II che attuerà una politica economica molto riformista, migliorando di gran lunga la situazione dello Stato.

Ferdinando II attuerà una politica molto oculata[10] riducendo di molto la spesa pubblica, ma di certo non paradisiaca come viene spesso descritta dai grandi estimatori del sovrano.

La tassazione non era di certo bassa viste le proteste avvenute tra il 1847 e 1848 proprio con le imposte come nodo focale, inoltre la spesa pubblica non era uniforme e lasciava numerosi disservizi al di fuori del centralismo di Napoli, isolando di fatto le province più esterne e più povere per via della carenza di strade e infrastrutture[11].
Inoltre per quel che concerne la ricchezza dello Stato in sé, se è pur vero che il Regno borbonico possedeva un forte patrimonio, scarseggiava di società. Le sole società in accomandita del Regno di Sardegna avevano un capitale totale che era quasi doppio di quello dello Stato borbonico: 755,776 milioni di liquidi contro 443,200.

Anche il Nitti stesso riconosceva in altri testi come il sistema borbonico, seppur solido, fosse incapace di guardare al futuro[12].

Conclusioni

Il Regno di Napoli e di Sicilia prima e delle Due Sicilie poi ebbero due momenti di grande rinnovamento, quello comprendente il periodo dal 1734 al 1742 e il secondo durante il primo periodo di governo di Ferdinando II, dal 1830 al 1848.
Fondamentalmente la sua situazione economica non era molto diversa da quella degli altri Stati preunitari, sebbene si riscontrasse una forte carenza nelle condizioni di vita dei braccianti[13] e diversi problemi legati all’incapacità di evolvere realmente verso il futuro.

Sicuramente l’Unità poteva essere gestita diversamente e forse nonostante le sue contraddizioni lo Stato borbonico sarebbe riuscito a essere più vicino al popolino di quanto mai lo sarebbe stato quello sabaudo, ma non si può continuare ad accusare e cercare un nemico esterno, ieri Murat oggi i Savoia, per risolvere i propri problemi interni.

Andreas Anderson

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Ringraziamenti:

Si ringraziano Lucia Fabaro e Roberta Cotticelli per la collaborazione all’articolo nella ricerca dei decreti del periodo Murattiano.

[1]     http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-06-30/eurobond-fecero-unita-italia-190357.shtml?uuid=AbDwao0F

[2]     Ilaria Zilli, Carlo di Borbone e la rinascita del Regno di Napoli 1734-1742

[3]           Nadia Verdile, Maria Carolina e la Colonia di San Leucio, All’ombra della corte. Donne e potere nella Napoli borbonica

[4]              Francesco Renda, Bernardo Tanucci e i beni dei gesuiti in Sicilia, Roma: Edizioni di storia e letteratura, 1974, passim

[5]              Giovanni Bausilio, Storie antiche di una Napoli Antica

[6]              Mario Casaburi Fabrizio Ruffo l’uomo, il cardinale, il condottiero, l’economista, il politico

[7]     Giuseppe Rescigno, Salerno nel settecento. Economia e Società

[8]           Bollettino del Regno di Napoli

[9]              Vittorio Visalli, I Calabresi nel Risorgimento italiano, Brenner Editore, Cosenza, 1989

[10]             F. S. Nitti, Nord e Sud, 1900

[11]             Giustino Fortunato – Il Mezzogiorno e lo Stato italiano – Discorsi Politici

[12]             Francesco Saverio Nitti, L’Italia all’alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux

[13]             Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano, Laterza

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