Pubblicato in: Bel Paese di merda, La pianura che non deve essere nominata

Salvini: il populista popolare – Millastro

Salvini: il populista popolare

In un’epoca in cui la politica sembra possa esprimersi solo attraverso chiassose arene televisive o gli asettici interventi sui media digitali l’occasione di poter ascoltare di persona il Ministro dell’Interno pare piuttosto remota. Se poi questi è anche Vice Presidente del Consiglio e segretario di uno dei due partiti che guidano il governo la cosa potrebbe sembrare davvero difficile. Evidentemente non la pensa così il ministro in questione, Matteo Salvini, che il 23 Settembre in occasione di una manifestazione della Lega a Pradamano, in provincia di Udine, si è messo a disposizione degli elettori fermandosi con tutta calma dopo il comizio a farsi i “selfie” con i più giovani e finendo poi a mangiar polenta con i militanti del suo partito.

L’occasione di ascoltare il segretario leghista dal vivo si presta anche ad un ascolto più attento, curioso, critico: per cercare di capire se il populismo della così detta Terza Repubblica sia solo affabulazione qualunquista e se i suoi campioni siano solo bravi imbonitori capaci di soffiare sul fuoco dell’insoddisfazione in tempi di crisi, approfittando della paura delle tante persone che non si sentono più rappresentate dalla politica.

Salvini “Il Capitano” alle prese con la stampa

Certamente Salvini è un animale da comizio: raccoglie più sostenitori in una tarda domenica sera, fredda e umida, di quanti non ne avrebbe raccolti il Bossi dei tempi migliori. E’ simpatico, colpisce la sua “giovinezza” fatta non solo di felpe e braccialetti di gomma al polso ma di attenzione ai modi dei più giovani, presenti in quantità, e al chiasso da stadio delle tante signore, anche non giovanissime. Il Ministro gioca in casa, e lo sa.

Esauriti i convenevoli di rito, fatta scaldare la platea con il classico scambio di battute, emerge presto però la molteplicità dei ruoli che il segretario della Lega incarna. A partire ovviamente dal primo, quello di responsabile della sicurezza nazionale: dalla lotta alla immigrazione clandestina alla legittima difesa, dal diritto d’asilo al sostegno alle forze dell’ordine. Ma anche il contrasto alla mafia, presente ovunque, anche in regione, combattuta togliendole risorse con il sequestro dei beni piuttosto che con le tavole rotonde e gli sceneggiati televisivi.

Come Vice Presidente del Consiglio (qualcuno azzarda co-Presidente) Salvini allarga il discorso ai temi del “contratto di governo” con il segretario del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio, un accordo pre-matrimoniale dice, in cui il rispetto reciproco si affianca alla consapevolezza di quanto siano costosi i divorzi. E quindi, tra le altre cose, superamento della legge Fornero, e “senza promettere moltiplicazioni di pani e pesci” la riduzione delle tasse a partire dalle partite IVA, commercianti, professionisti e piccoli imprenditori: l’obiettivo è l’aliquota al 15%.

C’è anche spazio per politica regionale quando Salvini elogia l’altruismo di un commosso Massimiliano Fedriga, ricordando che sarebbe stato uno dei migliori ministri del governo se non avesse scelto invece di servire la sua terra: “noi a Roma abbiamo perso qualcosa ma in Friuli Venezia Giulia avete vinto un terno al lotto con un Governatore così”.

Infine, quando si torna ad un tono più politico, militante, quando ci si aspetterebbe il leghista puro esce una cosa che quasi non ti aspetti. I toni, pure brillanti, non sono quelli del demagogo, che attinge a tutto il repertorio retorico dando in pasto alla folla quello che vuole, ma qualcosa di leggermente diverso. Brillante, sì, ma non infiammatore: sembra quasi di sentire la placida giustificazione di qualcuno che dicendo cose ovvie pretenda il rispetto della Realtà: “se in tutta Europa l’aria sta cambiando è forse perché la gente vuole tornare alla vita vera, non alla finanza virtuale, alla vita virtuale, ma al lavoro vero, alle fabbriche vere”. E aggiunge: “Immaginate se non avessimo vinto le elezioni cosa avrebbero fatto i sostenitori di follie che usano il corpo della donna come un utero in affitto, immaginate il rischio che abbiamo corso se dobbiamo trovarci in migliaia a battere le mani a uno in jeans e scarpe da tennis che dice cose banali come: “la mamma si chiama mamma e il papà si chiama papà”.

Proprio il ritorno alla Realtà Salvini ribadisce più volte, a partire da gesti simbolici come l’abolizione della dicitura “genitore uno e genitore due” sui moduli ministeriali: “i simboli sono importanti”. E ancora: “quando vai ospite in casa d’altri devi rispettare il suo modo di vivere e mi piacerebbe che lo stesso facessero gli ospiti che arrivano in Italia. Per cui rispetto per tutti ma a Natale nasce Gesù Bambino e dato che abbiamo qualche secolo di storia e tradizione alle spalle se a qualcuno non piace il suono delle campane o il Crocifisso l’Italia non è il paese per lui, il mondo è grande…” conclude.

Non semplicemente un demagogo quindi ma uno che a differenza di Di Maio e degli altri rappresentanti del centro desta non si lascia sfuggire nemmeno un termine del lessico progressista. Per chi aveva frequentato in gioventù il centro sociale Leoncavallo di Milano o aveva addirittura fondato i “Comunisti Padani” dev’esserci qualcosa di più di un buon ufficio stampa. Sembra quasi che ci creda nei valori cattolici. Sembra quasi che il suo vice-segretario di partito, Lorenzo Fontana, coraggioso Ministro per la Famiglia, abbia avuto molte occasioni per approfondire con lui le radici di un pensiero così limpido da essere riconosciuto nelle sue componenti naturali anche da chi magari non possiede il dono della fede.

Intendiamoci, Salvini non è propriamente un cattolico perfetto, la sua vita privata è molto “moderna”. I riferimenti personali alla fede nelle sue parole sembrano più provenire da un radicamento tradizionale familiare piuttosto che da una assidua frequentazione degli altari. Ciò nonostante l’impressione che la sua adesione ai valori cattolici non sia di facciata è notevole, senza magari tutti i fini ragionamenti di tanti atei devoti che poi tanto hanno deluso, senza imbarazzate e imbarazzanti esibizioni di devozione a cui altri uomini di potere si sono prestati anche in tempi recenti. Ormai i cattolici hanno mangiato la foglia e la prudenza, che da sempre è la prima dote in politica, deve rimanere massima, ma almeno il beneficio del dubbio viene da concederlo a questo giovane politico che più che “populista” potremmo ormai dire “popolare”.

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La Dea Tutte mi ha inviato a combattere il demone dell'evanescenza, fin dalla pianura che non deve essere nominata

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