Pubblicato in: Aborigenofobia, Inglese

60 parole comuni inglesi che si possono scrivere in italiano

T anti, troppi vocaboli inglesi che ogni giorno leggiamo e scriviamo. Ma sono davvero necessari o si possono usare i corrispettivi italiani?

Fra poco per capire un testo italiano avremo bisogno di un dizionario di inglese. L’abuso di vocaboli inglesi per sostituire – senza alcuna logica, ma soltanto per distinguersi o apparire (illusoriamente) più professionali – i vocaboli italiani è diventato una tendenza degli ultimi anni.

Ormai non c’è più alcun freno. Pian piano la nostra bella lingua sta scomparendo a favore di quella inglese, che non ci appartiene neanche lontanamente. Anzi, a esser precisi e pignoli, molti vocaboli inglesi provengono dalla nostra lingua madre, il latino. Tanto per fare qualche esempio:

  1. beast da bestia
  2. cat da cattus
  3. chester da castra
  4. flame da fiamma
  5. to have da habeo
  6. long da longus
  1. me e my da meus
  2. mouse da mus
  3. people da populus
  4. picture da pictura
  5. school da schola
  6. wall da vallum

Conseguenza, forse, della pax romana?

In alcuni casi è impossibile usare una traduzione, come nel caso di blog, che proviene da web log, su cui Peter Merholz ha giocato modificando l’espressione in we blog, o, più semplicemente, blog. Ma anche web, che comunque viene tranquillamente tradotto in rete. Internet non si può tradurre, poiché è l’abbreviazione di interconnected computer networks o di internetwork.

Che alcuni vocaboli inglesi siano ormai diventati d’uso comune è accettabile, come flash, email (che viene anche chiamata posta elettronica), western, chat, sport, marketing e via dicendo, ma siamo davvero sicuri che i vocaboli che elenco in quest’articolo non abbiano un più comprensibile corrispettivo italiano?

Possibile che ci sia questa totale e brutale mancanza di rispetto per la nostra lingua? Perché, inoltre, scrivere e parlare mescolando arbitrariamente due lingue così da non farsi comprendere da tutti? Io ho studiato l’inglese e leggo spesso in inglese, ma altrettanto spesso non capisco cosa voglia dire la gente quando abusa di questi termini inglesi.

Vi lascio a questo mio breve e personale dizionario Inglese-Italiano.

A

  1. a.k.a.: also known as, ossia “anche noto come”, “altrimenti detto”, “detto anche”. Dunque… alias? No, il nostro alias è sparito a favore di a.k.a. (che mai riuscivo a capire cosa diavolo volesse dire).
  2. All inclusive: il nostro caro vecchio “tutto incluso”… è stato escluso.
  3. Audience: il pubblico, quindi. L’uditorio, anche.
  4. Automotive: un tempo c’era la sezione Motori nelle riviste e nei giornali. Oggi , chissà perché, c’è la sezione Automotive.
  5. Awareness: spesso usata nell’espressione brand awareness, cioè riconoscibilità del marchio. Ma non vi accorgete che è anche difficile da pronunciare questa awareness?

B

  1. Bipartisan: anche la nostra politica infierisce sulla lingua italiana. Bipartisan significa né più né meno che bipartitico.
  2. Brand: la cara, vecchia marca. O il caro, vecchio marchio. Ma oggi si veste di un’importanza maggiore e diventa brand.

C

  1. Call: quante volte avete letto o sentito “Ti faccio una call su Skype”? Ma perché non si può dire “Ti chiamo su Skype”?
  2. Coach (e Coaching): c’erano una volta l’allenatore e l’allenamento (negli sport), c’erano anche l’istruttore e l’istruzione. O anche il preparatore.
  3. Community: la… comunità, forse? Signori, anche community viene dal latino: communitas!
  4. Competitor: il vecchio concorrente. E di nuovo un termine inglese che proviene dal latino: competitor da competere, gareggiare.
  5. Corporate: avete un sito corporate? No, forse avete un sito aziendale. Che dite, anche questa viene dal latino? Sì, da corporatus, participio passato di corporare, cioè far parte di un’unione di commercianti.
  6. Crowd Founding: non riesco nemmeno a pronunciare quest’espressione. È la nostra raccolta di fondi o, come ricordo ai tempi del liceo, la colletta. Forse colletta ha un significato un po’ diverso. Ma raccolta di fondi è giusto, anche se gli anglofoni parlano più propriamente di “raccolta di massa (di gente)”, quindi raccolta di gente interessata a un certo progetto. Ma gente che non sganci un quattrino non ha senso, quindi penso sia davvero più corretto chiamarla raccolta di fondi, perché è questo che cercate: i fondi, cioè i soldi. Abbiate il coraggio di dirlo. Ah, per la cronaca, founding, da found, proviene dal latino fundare
  7. Customer Care: ovvero, Servizio clienti. La parola customer ha percorso un bel viaggio per arrivare fino a noi: customer da custom, a sua volta da custume, a sua volta dal francese costume, che viene dal latino volgare consuetumen che proviene dal latino consuetudinem da consuetus, participio passato di consuesco. Tutte le strade (o anche le parole?) portano a Roma.

D

  1. Dating: termine introdotto nel 1939 per indicare l’atto o le pratiche di avere appuntamenti romantici. Anche qui dating da date dal latino data. Insomma, è il vecchio appuntamento, anche se fissato online.
  2. Deadline: scadenza? Termine? Ma perché non possiamo usare la nostra parola scadenza come abbiamo sempre fatto?
  3. Default: questa parola è ormai una consuetudine. Nello smartphone certe applicazioni sono di default, per esempio. Default significa predefinito, prestabilito. Ma che parolaccia è mai questa? Vuoi vedere che siamo di nuovo tornati a Roma? Default (entrata nel vocabolario dei computer nel 1966) proviene dal vecchio francese defaute, a sua volta preso dal latino volgare defallita, participio passato di defallere.

E

  1. Engagement: è il coinvolgimento. Si usa nel linguaggio dei social media.

F

  1. Feedback: ovvero riscontro. Dare un feedback è lo stesso che dare un riscontro, ve l’assicuro.
  2. Follow-up: in base al contesto si traduce con controlli periodici (medici), seguito o sollecito.
  3. Food and Beverage: stesso discorso di prima, le riviste e i siti avevano la sezione Cibi e bevande e adesso l’hanno sostituita con Food and Beverage. Che poi questo beverage proviene dal bibere latino, eh.
  4. Founder (e Cofounder): ah, quanto impazza e piace ’sta parola! I social si sono riempiti di founder che è una bellezza. Poi, che founder provenga dal latino fundator, cioè fondatore, importa poco e niente.
  5. Freelance: ovvero la lancia libera. Sì, perché era il guerriero mercenario medievale. Insomma combatteva (per lavoro) per chi l’ingaggiava. La parola è stata coniata forse da Sir Walter Scott nel suo Ivanhoe. Nel 1864 è stato usato il termine anche in senso figurato, il libero professionista, colui che lavora per chi lo paga.

H

  1. Headline: è il titolo, signori. Perché non usate la parola titolo, dannazione? “Scrivi una buona headline”… ma perché “scrivi un buon titolo” che ha d’incomprensibile?

L

  1. Leadership: altra parola che piace molto. Ma è la nostra direzione (assumere la leadership di un partito significa assumerne la direzione), mentre parlare di leadership di un governo è come parlare delle sue capacità (quindi in Italia non esiste questo concetto).
  2. Location: quante parole possiamo usare nella nostra lingua al posto di questa location? Sede, ubicazione, localizzazione, posto, luogo, postazione. Avete l’imbarazzo della scelta, mentre gli anglofoni devono accontentarsi di una sola parola.

M

  1. Magazine: cioè… rivista? Adesso spiegatemi perché abbiamo bisogno di chiamare le nostre riviste magazine. La storia del magazine è curiosa. Proviene dall’italiano magazzino, a sua volta preso dall’arabo makhazin, con significato di magazzino, appunto, luogo in cui depositare la merce. Ma da qui a rivista come ci si arriva? Grazie alla prima rivista pubblicata nel 1731, il «Gentleman’s Magazine», nome preso dagli elenchi di negozi e informazioni militari e, in senso figurato, un magazzino di informazioni.
  2. Meeting: incontro. C’è da dire altro? Riunione, anche, o assemblea, secondo il contesto. Ma basta con questi meeting!
  3. Mission: quindi che cosa avete fatto? Avete tolto la vocale finale alla nostra parola missione e vi siete convinti di aver creato qualcosa di nuovo? Non ho parole.

N

  1. News: cioè le notizie? Oggi si parla tanto, troppo, anche di fake news… cioè le notizie false? Ma perché non chiamarle notizie? Il bello è che qualcuno scrive anche “pubblico una news”… dando l’impressione di non distinguere fra singolari e plurali.

O

  1. Outfit: la prima volta che ho comprato online un paio di pantaloni è apparsa la scritta “Completa il tuo outfit!” e io sono rimasto a guardarla per qualche secondo senza raccapezzarmi su che diavolo dovessi fare per avere quel paio di pantaloni e non rischiare di uscire in mutande. Insomma, gente, è il completo. Uomini e donne hanno sempre indossato dei completi, perché oggi devono avere degli outfit?

P

  1. Preview: dunque… l’anteprima? Che ha di strano la nostra anteprima da dover soppiantarla con una preview?
  2. Problem solving: possiamo tradurlo con risoluzione di problemi o capacità di risolvere problemi, secondo il contesto. Di nuovo nessuna logica per usare l’inglese.

R

  1. Recruiting: assunzione, forse? L’etimologia di questa parola risale al francese, ma si torna indietro nel tempo fino al verbo latino crescere.
  2. Release: la troviamo specialmente nei programmi da scaricare, in frasi come “è uscita una nuova release di OpenOffice”. Ma esiste il nostro corrispettivo: è versione, distribuzione, o anche pubblicazione, o in alcuni casi lancio. Per caso siamo tornati ancora a Roma? Eh, sì, perché release proviene dal verbo latino relaxare, che ha prodotto anche l’inglese relax.
  3. Reseller: dai, diventa un reseller! Rivenditore, no?

S

  1. Sequel: è il seguito, per favore tornate a chiamarlo seguito come un tempo. Che poi anche questa viene dal latino, sequela, anche se con significato diverso.
  2. Shopping bag: la borsa della spesa? Vi vergognate ad andare in giro con una borsa della spesa e quindi la ribattezzate shopping bag?
  3. Skill: ci avevo messo un po’ per capire che cavolo fossero ’ste skill di cui parlavano gli annunci di lavoro. Comunque sono le abilità, le capacità, i talenti. Ma quante parole abbiamo nella nostra lingua!
  4. Sold out: sempre più nel ridicolo, sostituiamo il nostro “esaurito” con sold out, che si capisce di più.
  5. Speaker e (Public) Speaking: lo speaker è il relatore, chi parla a un evento. Così come public speaking è semplicemente parlare in pubblico.
  6. Specialist: ah, ma allora è un vizio quello di togliere la vocale finale alle nostre parole per illudersi di aver creato una novità. Lo specialista che ha di strano? Sei un social media specialist? O forse sei un esperto di social media?
  7. Speech: avete mai fatto uno speech? Io no. Forse avete fatto un discorso o un intervento a una qualche manifestazione culturale.
  8. Stand-by: in attesa. Attività del computer sospesa, interrotta.
  9. Startup: è sempre esistita e si è sempre chiamata nuova impresa, nuova attività.
  10. Step: è la parola che sopporto di meno. Abbiamo i nostri passi, le fasi, le mosse, gli stadi, i gradi.
  11. Store: Quando ho comprato, anni fa, il mio primo videofonino, c’era la pubblicità che diceva “In tutti i negozi 3”. Adesso quei negozi hanno chiuso, tutti quanti, e le nuove offerte della casa si trovano soltanto nei 3 store
  12. Strategist: la parola stratega pare non piaccia. Eppure gli anglofoni la usano senza problemi.

T

  1. Team: eccone un’altra che non sopporto. La squadra, signori, è la squadra. Perché punire questa parola?
  2. Tone of voice: ma non vedete che quest’espressione è presa pari pari dalla nostra “tono di voce”?
  3. Tool: si usa sempre per gli strumenti online. Un tool per diminuire il peso delle immagini, un tool per trovare le parole chiave. Dunque uno strumento per diminuire il peso delle immagini, uno strumento per trovare le parole chiave.
  4. Topic: è il tema di uno scritto, l’argomento, il soggetto. C’è da sapere che la vecchia Albione ha preso questa parola dai “Topici” inclusi nell’Organon di Aristotele.
  5. Travel: come l’Automotive, anche il Travel ha sostituito la nostra categoria di Viaggi e Turismo. È curioso come l’inglese travel provenga da travail, a sua volta presa dal tardo latino trepalium (uno strumento di tortura). In fondo anche il nostro travaglio ha la stessa origine. Un viaggio nel dolore.
  6. Trend: la tendenza, la moda.

V

  1. Vision: ci risiamo, hanno di nuovo tolto la vocale finale, creando una vision ben diversa dalla visione.
  2. Visual: usato spesso nell’espressione contenuti visual. Cioè contenuti visivi, le immagini e i video.

W

  1. Wedding planner: oggi sono nate nuove figure professionali, le wedding planner. Come se definirsi “organizzatore di matrimoni” fosse una vergogna. Quello stai facendo. Comunque planner viene da plan che a sua volta, guarda caso, viene dal latino planum. Certo, wedding è invece molto english. Oddio, mi sa di no. Infatti partendo dall’Inglese antico, passando per il Proto-germanico e l’antico Norreno fino alla radice wadh- si giunge al Latino vas, vadis, col significato di cauzione.
  2. Weekend: “che fai nel fine settimana”, mi chiedevano da ragazzo. “Che fai nel weekend?”, mi chiedono adesso. Ha un senso?
  3. Welfare: parolaccia introdotta da uno dei governi passati (che avrebbe dovuto aver più riguardo verso la propria lingua). Ogni volta che sentivo parlare del Ministero del Welfare non capivo minimamente che diavolo di ministero avessero inventato. Welfare in inglese sono i sussidi pubblici, ma anche la previdenza sociale. Per fortuna ora è stato rinominato in Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
  4. Workshop: è il nostro vecchio seminario, ma anche laboratorio, se si tratta di corsi che prevedono lavori manuali.

Una storia italiana

Ovvero: come scrivono gli italiani di oggi

Sono il founder di una startup che gestisce una serie di blog corporate nel settore del food and beverage. Le nostre skill ci hanno permesso di raggiungere un’audience molto ampia, grazie alla nostra vision e a una mission che vede il cliente protagonista. I feedback sono per noi fondamentali per migliorare la nostra brand awareness. In breve tempo abbiamo superato i nostri competitor e costruito una community di fan e potenziali clienti che cresce ogni giorno, perché puntiamo su headline magnetiche che generano engagement e like. Abbiamo un team di collaboratori che abbiamo formato con workshop interattivi dove il visual è il punto di forza.

Prenota una call oggi stesso e mettici alla prova!

Traduzione

Sono il fondatore di una giovane impresa che gestisce una serie di blog aziendali nel settore della ristorazione. Le nostre capacità ci hanno permesso di raggiungere un pubblico molto ampio, grazie alla nostra visione aziendale e al nostro obiettivo che vede il cliente protagonista. I riscontri sono per noi fondamentali per migliorare la riconoscibilità del nostro marchio. In breve tempo abbiamo superato i nostri concorrenti e costruito una comunità di appassionati e potenziali clienti che cresce ogni giorno, perché puntiamo su titoli magnetici che generano coinvolgimento e apprezzamenti. Abbiamo una squadra di collaboratori che abbiamo formato con seminari interattivi dove i contenuti visivi sono il punto di forza.

Chiamaci oggi stesso e mettici alla prova!

Scrivere in italiano è possibile?

Secondo me sì. E secondo voi?

Autore:

La Dea Tutte mi ha inviato a combattere il demone dell'evanescenza, fin dalla pianura che non deve essere nominata

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