Pubblicato in: eterofobia

#DdLZAN: INUTILE, DANNOSO E CONTRARIO AI PRINCIPÎ DELLA SCIENZA PENALE

Francesco Mos, ieri su FB:

#DdLZAN: INUTILE, DANNOSO E CONTRARIO AI PRINCIPÎ DELLA SCIENZA PENALEIn questi giorni tutti, tranne Simone #Pillon e pochi altri elementi folcloristici, si stanno sbracciando in favore del disegno di legge Zan. Alessandra #Mussolini e i gruppi dell’#Azionecattolica di Castel di Lucio e Tusa, in Sicilia, sono solo gli ultimi di una lunga serie.In verità è abbastanza intuibile la ragione per cui si schierano tutti a favore dell’abominio giuridico in parola: così impone il galateo del politicamente corretto, pertanto bisogna comportarsi così per non apparire retrogradi e reazionari e quindi giocarsi la reputazione. E così si arriva perfino a stravolgere il catechismo della Chiesa cattolica asserendo che la misoginia, l’abilismo (altra parola che i benpensanti si sono inventati ieri mattina) e l’omotransfobia sono gravi peccati e che per questo una legge li deve punire. Emma #Bonino, che poco meno di mezzo secolo fa entrava in polemica con la #Chiesa sostenendo che peccato non vuol dire reato, non pervenuta. Mi aspetto giusto l’endorsement di #papaFrancesco per fare l’en plein.

Ora vi spiego io perché il disegno di legge in questione è un aborto giuridico, perché è inutile e perché è dannoso. Lo faccio ancora una volta, perché sono sicuro che i tre quarti di voi non l’hanno nemmeno letto e dei rimanenti la stragrande maggioranza, anche se lo ha letto, non ci ha capito niente perché difetta dell’indispensabile cultura giuridica di supporto.Cominciamo col dire che stiamo parlando del disegno di legge nº 2005 della corrente legislatura al Senato, arrivato dalla Camera, ove era stato approvato il . novembre 2020 come testo risultante dall’unificazione di diversi disegni di legge. I firmatari sono tantissimi: i primi due sono Boldrini e Speranza e dunque tecnicamente questo è il ddl Boldrini-Speranza. Zan è solo il terzo firmatario. Tra i sottoscrittori ci sono esseri inutili come #Epifani, Andrea #Romano, #Orfini, #D’Uva, #Scalfarotto, Deborah #Serracchiani e Jolanda #diStasio, la crema della crema dei #pentecatti, ma anche persone apparentemente intelligenti come Maria Elena #Boschi.

1. Perché una legge del genere sarebbe inutileLa legge si intitola «Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità». Il pasticcio è già nel titolo. Infatti lo scopo della legge penale è quello di punire comportamenti che suscitano allarme o riprovazione sociale, indipendentemente dalle ragioni per cui essi vengono posti in essere (un omicidio è un omicidio; il movente, e le modalità con cui viene eseguito possono servire per graduare la pena, e addirittura possono valere come cause scriminanti, ma non di certo determinano l’antigiuridicità dell’atto). E infatti la legge italiana già punisce adeguatamente (poi bisogna vedere cosa si intende per «adeguatamente»: negli Stati uniti mediamente le pene sono più severe che in Italia, mentre nel resto d’Europa sono generalmente simili o più miti) le violenze. Il concetto di discriminazione, detto così, non significa niente: anche privilegiare a un concorso, ai fini dell’assunzione, una persona che si è piazzata prima in graduatoria rispetto a una che si è piazzata sedicesima, pur essendo idonea, è una forma di discriminazione, ma nessuno (o Dio: in verità qualche comunista sì) si sognerebbe di dire che è sbagliata. Quindi bisogna leggere il testo per capire cosa ha effettivamente intenzione di fare il legislatore. Certamente non attuare misure di prevenzione e contrasto, perché quello non si fa attraverso la legge penale (anzi, di solito non lo si fa proprio attraverso la legge, ma attraverso le cosiddette agenzie di socializzazione).

Vediamo un po’:- l’articolo 1 è cervellotico, confusionario e sconclusionato. La lettera b afferma che «per genere si intende una qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso». La serie “Poche idee e molto ben confuse” è completata con la lettera d, secondo cui «per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Queste parole sono del tutto avulse dall’intento dichiarato nel titolo. Esse perseguono palesemente l’obiettivo di costruire una semantica estranea a quella propria della lingua in cui la legge viene scritta, integrandola nella lingua stessa. Sono anni che denuncio la pericolosa deriva del positivismo linguistico, quel tentativo patetico di cambiare a tavolino le regole grammaticali con il pretesto di rendere la lingua via via meno «sessista» (in realtà più sessista visto che pretende di marcare una differenza tra i sessi laddove la lingua non la prevede), più «inclusiva» and so on. Ma qui siamo oltre: si cerca di plasmare la lingua a uso e consumo di uno specifico disegno di legge per ragioni squisitamente ideologiche. Come hanno scritto Rosario Zannone e Gennaro N Salzano, siamo di fronte a una legge che «invece di mutuare il significato delle parole di senso comune dalla società, vuole imporre essa stessa il significato delle parole», il che significa che «la legge vuole imporre, con la forza della propria cogenza (specie quella penale), una determinata modifica del costume sociale»: «se si limitasse a recepirlo, questo eventuale mutamento, non avrebbe bisogno di definire il significato delle parole». Ecco perché siamo dinnanzi a un disegno di legge ideologico, degno dei peggiori totalitarismi.

È infatti all’articolo 2 la prima cosa che fa la legge è modificare l’articolo 604-bis del codice penale, che non prevede una fattispecie delittuosa violenta, bensì un reato d’opinione, una cosa che dovrebbe risultare odiosa a qualsiasi fautore della libertà, perché in una democrazia liberale le opinioni — anche se schifose, aberranti o semplicemente stupide come quelle di Laura #Castelli o Danilo #Toninelli, imbecilli come quelle di Roberto Speranza, ignoranti come quelle di Luigi #diMaio, nulle come quelle di Cathy #laTorre, Laura #Boldrini o Deborah #Serracchiani, menzognere come quelle di Valeria #Fedeli, svergognate come quelle di Teresa #Bellanova, sfacciate come quelle di #Salvini il #capitone, sguaiate come quelle di Giorgia #Meloni — dovrebbero essere sempre poter espresse e mai punite in quanto tali (al massimo si risarcisce al singolo il danno — comprovato, e di cui dev’essere dimostrata la relazione causa-effetto — che gli hanno provocato).

L’articolo 4, poi, è il più bizzarro. Attraverso una arzigogolata circonlocuzione, si fanno salve la libera espressione di convincimenti e opinioni — e ci mancherebbe altro — e «le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee (?), purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori [rectius discriminatorî, ché «discriminatori» è il plurale di «discriminatore», non di «discriminatorio»] o violenti». Della serie “Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?”.

L’articolo 5 è tutto un profluvio di rinvii che fanno fumare la testa perfino a uno che combatte tutti i giorni con il diritto amministrativo come me. In sostanza prevedono degli aggravamenti di pena per reati già previsti dall’ordinamento qualora tali reati siano commessi per ragioni legate a sesso, genere, orientamento sessuale o identità di genere (N.B.: il testo non parla da nessuna parte di disabilità) così come definiti dall’articolo 1. Cioè se io ti picchio perché dici di essere donna ma in realtà hai il pene, è più grave che se ti picchio perché hai i capelli rossi.

L’articolo 7 è il più cretino perché istituisce l’ennesima giornata nazionale, in questo caso «contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia». Due errori logici in questo articolo: il primo è che la rubrica parla di istituzione e il testo di riconoscimento (chi ha studiato teoria generale del diritto sa che sono due cose completamente diverse), il secondo è che in lingua italiana le parole “omofobia”, “lesbofobia”, “bifobia” e “transfobia” indicano letteralmente la paura/avversione rispettivamente per sé stesso, per l’isola di Lesbo, per il numero due e per i cambiamenti. In questo caso i geniali dilettanti legislatori si sono dimenticati di fare positivismo linguistico come all’articolo 1.

Dulcis in fundo, l’articolo 8 aggrava la pubblica amministrazione di un ennesimo onere, quello di elaborare triennalmente la prevenzione e il contrasto a un fenomeno emergenziale inesistente, ovviamente senza maggiori oneri della finanza pubblica (e quindi con lo stesso personale, che deve ridurre il tempo di lavoro dedicato ad attività utili). L’articolo 9 sono altre scemenze, l’articolo 10 in sostanza dice all’Istat come deve condurre i propri studi al fine di fare emergere dalle statistiche la realtà che il legislatore pretende che emerga.

Dunque la legge è totalmente inutile rispetto alla finalità che dichiara di voler perseguire, mentre a un’attenta lettura si rivela un pretesto per far serpeggiare nell’ordinamento tutt’altro, costituendo un pericoloso precedente (a dire la verità non il primo) per assecondare qualsiasi capriccio ideologico di un legislatore che ha il solo scopo di accaparrarsi nicchie di consenso.

2. Perché una legge del genere è incostituzionale e contraria a principî giuridici fondamentali europei e internazionaliQuesta legge vìola i seguenti principî sanciti dalla Costituzione della Repubblica italiana, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e da varie fonti del diritto internazionale di natura pattizia (tra cui la Carta europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), corrispondenti a criteri elaborati da almeno due secoli di dottrina giuspenalistica e sistematizzati già da Cesare Beccarìa:

a) principio di necessità. Non è necessario introdurre nuove fattispecie criminose per atti già puniti come reati. Non è necessario modificare il nomen criminis né la qualificazione giuridica degli stessi fatti. Facendolo, si rischia solo di creare una grande confusione determinando disparità di trattamento per situazioni simili e una maggior complessità dei procedimenti (proprio quello di cui in Italia, malgrado il record mondiale di durata dei processi, abbiamo bisogno!).

b) criterio di isonomia, cioè di parità di tutti gli individui dinnanzi alla legge. In violazione di tale principio si pretende che lo stesso reato, indipendentemente dalle modalità della condotta criminosa, venga punito diversamente a seconda di caratteristiche individuali del soggetto passivo. Attenzione: stando alla lettera del testo, dovrebbe essere il disegno criminoso a determinare il grado di gravità della condotta; in realtà, però, siccome non è oggettivamente dimostrabile che il mio disegno criminoso preveda che io voglia aggredire una persona solo per le sue tendenze personali, è inevitabile che l’ipotesi di reato sia formulata sulla base della parola di questa persona, che dei suoi gusti sessuali e del suo sesso «percepito», indipendentemente da come risulta biologicamente e anagraficamente e da ciò che appare esteriormente, può dire ciò che vuole. Non assume rilevanza il convincimento dell’agente in merito a ciò, bensì solo il “sentimento” della parte offesa. Paradossalmente, se massacrassi di botte un maschio dichiaratamente perché effeminato, ma tale maschio dicesse di essere cisgender (condizione per la quale si identifica il proprio genere nel proprio sesso biologico) ed eterosessuale, l’aggravante dell’odio legato all’identità di genere e/o all’orientamento sessuale non sarebbe applicabile.

c) criterio di generalità e astrattezza. Un criterio principe che qui va bellamente a farsi benedire, in quanto non si tiene conto di una pluralità indistinta di soggetti rispetto a fatti ipotetici e non di volta in volta determinati, ma solo a uno specifico segmento di popolazione, che così risulta privilegiato dalla legge penale rispetto a tutti gli altri. Allora perché gli omosessuali, i transessuali e altri GLBTQIA+ sì mentre gli obesi no? E infatti in questa deriva pericolosa c’è già chi ha chiesto di estendere la maggiore protezione penale agli obesi: il deputato del Pd Filippo Sensi ha dichiarato in aula che veniva bullizzato da chi gli dava del «cicciabomba cannoniere» e pertanto vorrebbe una legge (ça va sans dire penale) contro il body shaming. In realtà tutti sono meritevoli della stessa tutela e nessuno merita un trattamento di favore, e qui torniamo al principio di isonomia (cioè di ugaglianza formale).

d) criterio di oggettività. La legge penale dev’essere oggettiva e cioè deve prevedere fatti obiettivamente misurabili. Allo stato dell’avanzamento scientifico non è possibile dimostrare alcunché che sia previsto dal disegno di legge in parola se non il sesso biologico e quello anagrafico (che comunque, se diverso da quello biologico, costituisce una finzione giuridica). Quindi entriamo in un campo minato in cui le più elementari garanzie di difesa vengono meno in quanto se la parte offesa afferma di essere fatto in un certo modo l’onere della prova contraria viene ribaltato sull’imputato, ma sarebbe una probatio diabolica.

e) certezza del diritto. L’impossibilità di stabilire con sia le caratteristiche sessuali del soggetto passivo sia che il movente dell’agente sia basato su di esse determinano una totale incertezza della normativa applicabile, con conseguente arbitrio del giudice.

f) principio di non contraddizione e di unità dell’ordinamento. L’articolo 4 si contraddice con i precedenti.

g) criterio di proporzionalità della pena. Qui la pena non è proporzionata al bene giuridico tutelato, ma al motivo per cui si determina la lesione di tale bene giuridico.

h) libertà di manifestazione del pensiero. La semplice manifestazione di un pensiero non è di per sé punibile. Perché lo diventi è necessario che in concreto cagioni una violazione a un bene giuridico meritevole di tutela penale. Non è sufficiente che il pensiero sia astrattamente idoneo a ledere il bene giuridico tutelato se la lesione non si è concretizzata. Se io ti dico quanto è bello commettere un reato e tu non lo commetti, come si fa a dire che la mia apologia di reato abbia costituito una istigazione? A parte il fatto che già dimostrare che una persona commette un reato per colpa di un altro è una cosa parecchio discutibile, che entra in conflitto con un altro principio, quello della personalità della responsabilità penale, e comunque non è dimostrabile, tant’è che la Corte costituzionale con sentenza 96/1981 dichiarò illegittimo l’articolo 603 del codice penale, che prevedeva il reato di plagio psicologico.

3. Perché una legge del genere sarebbe dannosa
Perché una legge del genere sarebbe dannosa è presto detto: qualora le fonti del diritto siano plurime sulla stessa materia, non sempre i criteri di risoluzione delle antinomie riescono a risolvere i conflitti, ragion per cui la sfera dell’arbitrarietà del giudice si allarga e potrebbe risultare più o meno influenzata da convinzioni e sensibilità personali che esulano da valutazioni strettamente giuridiche, alle quali il giudice dovrebbe rigidamente attenersi.Chi blatera di valore simbolico della legge dovrebbe solo tacere perché evidentemente ignora alla radice qual è il senso della legge in generale e di quella penale in particolare. La legge penale non ha la finalità di lanciare messaggi; per quello ci sono i romanzi e altri testi letterari. La legge penale dev’essere oggettiva, chiara, semplice, essenziale. E soprattutto non deve avere scopi morali: ché la buona creanza è una cosa, il crimine un’altra. E la legge penale ha a che fare con la vita concreta delle persone ed è atta a comprimere le loro libertà, non a farli fantasticare con la mente.#noalddlzan#noddlzan

Autore:

La Dea Tutte mi ha inviato a combattere il demone dell'evanescenza, fin dalla pianura che non deve essere nominata

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