Pubblicato in: Cina

La delocalizzazione è un dramma

 

Roma, 29 giu – Basta un giocattolo per far crollare le convinzioni dei globalisti senza frontiere. Prova ne è il caso Giochi Preziosi che si ritrova adesso 5.500 container fermi nei porti cinesi. E’ un caso emblematico perché palesa una realtà ben nota ma che gli stregoni liberisti si rifiutavano di vedere. Mostra il dramma della delocalizzazione che spesso fa rima con sfruttamento della manodopera locale e altrettanto sovente affossa l’economia delle aziende che spostano la produzione fuori dai confini nazionali. Nella fattispecie si è rivelata un boomerang anche per l’imprenditore stesso.

Il caso Giochi Preziosi

Ma andiamo con ordine, partendo dalla breve ricostruzione della vicenda, così come riportato dal Corriere della Sera che raccoglie lo sfogo di Enrico Preziosi. Come detto 5.500 container di materiale destinato a Giochi Preziosi sono fermi nei porti della Cina.
“Per sbloccare le navi e ricevere la merce le compagnie asiatiche ci chiedono di pagare cifre astronomiche: invece dei circa 10 milioni che abbiamo sempre versato per queste spedizioni, ora ce ne vogliono più di 60. Ci tengono in ostaggio dicendo che non ci sono navi a sufficienza da inviare in Europa”, racconta Preziosi al Corriere. “E in gioco per noi c’è la campagna di vendite di giocattoli per il Natale, che dovranno essere nelle vetrine già a ottobre. Ho 2.400 dipendenti tra Italia ed Europa e un piano importante di investimenti nella Penisola. Non voglio che siano messi a rischio, quindi sto pagando”.

Preziosi: “In Cina il 95% delle nostre produzioni, ma adesso…”

Sta di fatto che la principale azienda italiana di giocattoli ha un problema di approvvigionamenti. “Nei trasporti è in atto una sorta di asta speculativa, equiparabile a una nuova battaglia sui dazi. Sono in Cina da 45 anni e lì realizziamo il 95% delle produzioni. Questo vale anche per i grandi gruppi americani perché Pechino è diventata la grande fabbrica mondiale del giocattolo”, racconta Preziosi. Già, il problema è questo. Come noto la Cina da anni viene considerata una sorta di Eldorado per molte aziende, in particolare per i costi del lavoro molto bassi. Adesso però Preziosi apre gli occhi. “Chi realizzava prodotti con plastica e metallo si rivolgeva alla Cina. Ma così abbiamo abidcato alla sua supremazia. Abbiamo fornito alla sua industria i frutti della nostra ricerca, i prototipi, il design, il saper fare tecnologico, il made in Italy a fronte di manodopera a buon mercato. È stata un’arma a doppio taglio. Entro breve tempo il costo del lavoro smetterà di essere competitivo. Il presidente Xi Jinping ha già promesso che i salari cresceranno. A marzo avevamo già incassato un aumento del 10-15% del costo delle produzioni chiesto da cinesi per l’aumento del prezzo delle materie prime. Ora il colpo finale”.

Non solo Giochi Preziosi: tornare a produrre in Italia

Soluzione? Tornare a produrre in Italia. “Ci vuole un piano di reshoring dell’industria, dobbiamo riportare in Italia le produzioni, ne sono convinti tutti gli imprenditori. Potremmo creare più occupazione, fare altri investimenti. Ma è necessario – dice Preziosi – avere il consenso del governo, con strumenti di supporto che riguardano contribuzione e tassazione. Ne ho già parlato con esponenti della politica. È un capitolo chiave nella ripartenza, in una fase in cui si sta investendo, anche grazie all’Europa. Vorrei attenzione sul prodotto italiano fatto nel Paese, la carta vincente sui mercati globali”.

Alessandro Della Guglia

Autore:

La Dea Tutte mi ha inviato a combattere il demone dell'evanescenza, fin dalla pianura che non deve essere nominata

3 pensieri riguardo “La delocalizzazione è un dramma

  1. Avessi mai sentito un sindacalista (parassiti, sia detto per inciso) e/o qualcuno del pd spendere due parole su tale tema.
    Marco Rizzo qualcosa accenna, ma é stato prontamente silenziato dai suoi Kompagni di merende, sintetiche.

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  2. come si diceva, tutti vogliono schiavizzare i loro dipendenti. e quando non ci riescono più in patria, lo fanno altrove. o, magari, potrebbero essere i trent’anni di sindacati che non hanno fatto altro che coprire lavativi e rompiballe, fregandosene completamente dei veri diritti dei veri lavoratori.
    lavoratori che, a loro volta (con il sacro mantra “se non lo faccio io lo farà un altro”), hanno passato trent’anni a fregarsene dei loro diritti, già che i loro padri, che si erano fatti il culo a strisce, ne avevano guadagnati COSÌ TANTI…

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