Pubblicato in: eterofobia

Nazismo eterofobo in azione


Nazismo eterofobo in azione

La denuncia della casa editrice Cantagalli: “Una libreria non ha il diritto di rifiutare un ordine di una persona che è interessata al libro, è ostruzionismo commerciale”

Sorgente: “Non lo vendono, è censura”: il libro anti ddl Zan sparisce dagli scaffali – ilGiornale.it

Potete ordinarlo direttamente sul catalogo online dell’editore Cantagalli. https://www.edizionicantagalli.com/shop/legge-omofobia-perche-non-va/

Pubblicato in: Bel Paese di merda, cristofobia, eterofobia

Huxley e Zan


Cristiano Nisoli oggi ottimamente scrive:

Sul DDL Zan, suggerirei una citazione.

È dalla prefazione a Brave New World (1932) del visionario britannico Aldous Huxley, della famosa omonima famiglia.

Il romanzo tocca temi quali (e traduco)

“l’uso della tecnologia per controllare la società [ricorda qualcosa?], l’incompatibilità tra felicità e verità [e viviamo di censure e guerra alla verità] ed il pericolo di un governo onnipotente [quanto onnipotente? Beh, quelli di adesso possono decidere di rinchiuderti in casa per mesi, o di far fallire la tua attività e ridurti alla fame]”.

Nella società distopica che immagina AH gli esseri umani son cresciuti in vitro da embrioni, padri, madri, e famiglie non esistono, e, per quanto la sessualità sia oramai sterile e senza scopo, la promiscuità sessuale regna sovrana, incoraggiata dalle autorità e dai media. Di nuovo, ricorda qualcosa, novant’anni dopo?

La citazione, presa dalla prefazione ad un’edizione seriore (1946) si oppone all’assunzione generale, ottimistica, e semplicistica, secondo cui le libertà, intese in senso liberale (i famosi “diritti”) siano un tutt’uno, e si rafforzino a vicenda, ed è questa:”

La libertà sessuale tende ad aumentare quando le libertà politiche ed economiche diminuiscono”(E che ce volete fa’, devo fare il cristian-contrario, tanto le cose che dicono tutti le sentite già dette da tutti)

Pubblicato in: eterofobia, Sinistro

La novella di Genoveffa


Lui è Rocco. Rocco è nato maschio.

Lui è Rocco.

Rocco è nato maschio.

Ai sensi del DDL Zan Rocco è di sesso maschile.

Tuttavia, Rocco si percepisce donna, indossa abiti da donna e usa pronomi femminili riferendosi a sè stess*. Indossa delle meravigliose Louboutin e prima o poi si regalerà quella meravigliosa Birkin in coccodrillo (sì, Rocco non è animalist*)Ai sensi del DDL Zan, l’identità di genere di Rocco è quella di donna. Rocco frequenta una palestra, si allena regolarmente e, come tutti, dopo una lunga sudata vuole fare una doccia. Rocco, assecondando l’identificazione percepita e manifestata di sè, decide che farà la doccia nello spogliatoio delle donne.

Genoveffa, di sesso femminile che si identifica e percepisce come donna, non è molto contenta di fare la doccia con Rocco.

Non dubita del fatto che Rocco si percepisca come una bellissima signora ma lei prova imbarazzo a spogliarsi davanti a l*i.Si rivolge a Franco, il proprietario della palestra.

Franco, in evidente difficoltà, chiede con garbo a Rocco di servirsi degli spogliatoi per gli uomini. Si offre persino di mettergli a disposizione uno spogliatoio personale.

Rocco, che si percepisce donna e ritiene suo diritto essere trattato come tale, si sente discriminato in ragione di tale richiesta e accusa Franco e Genoveffa di “atti di discriminazione fondati sull’identità di genere” per avergli impedito di fruire dello spogliatoio che riteneva adeguato al suo genere percepito ed autoattribuito.

Chi finirà sotto processo e si vedrà recapitata una arcobalenata richiesta di risarcimento?

E perchè proprio Franco e Genoveffa?

#ZanZan#IDirittiDiRocco

Di Dalila Di Dio via faccialibro

Cecchi Paone: “Sono nato massone. Maestro ultimo grado” – Il Paragone


Pochi giorni fa Alessandro Cecchi Paone si è scontrato duramente con il leader di ItalExit Gianluigi Paragone. I due erano ospiti insieme ad una puntata di “Non è l’Arena” di Massimo Giletti su La7. Il

Cecchi Paone: “Sono nato massone. Maestro ultimo grado” – Il Paragone

Continua a leggere “Cecchi Paone: “Sono nato massone. Maestro ultimo grado” – Il Paragone”


Francesco Mos, ieri su FB:

#DdLZAN: INUTILE, DANNOSO E CONTRARIO AI PRINCIPÎ DELLA SCIENZA PENALEIn questi giorni tutti, tranne Simone #Pillon e pochi altri elementi folcloristici, si stanno sbracciando in favore del disegno di legge Zan. Alessandra #Mussolini e i gruppi dell’#Azionecattolica di Castel di Lucio e Tusa, in Sicilia, sono solo gli ultimi di una lunga serie.In verità è abbastanza intuibile la ragione per cui si schierano tutti a favore dell’abominio giuridico in parola: così impone il galateo del politicamente corretto, pertanto bisogna comportarsi così per non apparire retrogradi e reazionari e quindi giocarsi la reputazione. E così si arriva perfino a stravolgere il catechismo della Chiesa cattolica asserendo che la misoginia, l’abilismo (altra parola che i benpensanti si sono inventati ieri mattina) e l’omotransfobia sono gravi peccati e che per questo una legge li deve punire. Emma #Bonino, che poco meno di mezzo secolo fa entrava in polemica con la #Chiesa sostenendo che peccato non vuol dire reato, non pervenuta. Mi aspetto giusto l’endorsement di #papaFrancesco per fare l’en plein.

Ora vi spiego io perché il disegno di legge in questione è un aborto giuridico, perché è inutile e perché è dannoso. Lo faccio ancora una volta, perché sono sicuro che i tre quarti di voi non l’hanno nemmeno letto e dei rimanenti la stragrande maggioranza, anche se lo ha letto, non ci ha capito niente perché difetta dell’indispensabile cultura giuridica di supporto.Cominciamo col dire che stiamo parlando del disegno di legge nº 2005 della corrente legislatura al Senato, arrivato dalla Camera, ove era stato approvato il . novembre 2020 come testo risultante dall’unificazione di diversi disegni di legge. I firmatari sono tantissimi: i primi due sono Boldrini e Speranza e dunque tecnicamente questo è il ddl Boldrini-Speranza. Zan è solo il terzo firmatario. Tra i sottoscrittori ci sono esseri inutili come #Epifani, Andrea #Romano, #Orfini, #D’Uva, #Scalfarotto, Deborah #Serracchiani e Jolanda #diStasio, la crema della crema dei #pentecatti, ma anche persone apparentemente intelligenti come Maria Elena #Boschi.

1. Perché una legge del genere sarebbe inutileLa legge si intitola «Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità». Il pasticcio è già nel titolo. Infatti lo scopo della legge penale è quello di punire comportamenti che suscitano allarme o riprovazione sociale, indipendentemente dalle ragioni per cui essi vengono posti in essere (un omicidio è un omicidio; il movente, e le modalità con cui viene eseguito possono servire per graduare la pena, e addirittura possono valere come cause scriminanti, ma non di certo determinano l’antigiuridicità dell’atto). E infatti la legge italiana già punisce adeguatamente (poi bisogna vedere cosa si intende per «adeguatamente»: negli Stati uniti mediamente le pene sono più severe che in Italia, mentre nel resto d’Europa sono generalmente simili o più miti) le violenze. Il concetto di discriminazione, detto così, non significa niente: anche privilegiare a un concorso, ai fini dell’assunzione, una persona che si è piazzata prima in graduatoria rispetto a una che si è piazzata sedicesima, pur essendo idonea, è una forma di discriminazione, ma nessuno (o Dio: in verità qualche comunista sì) si sognerebbe di dire che è sbagliata. Quindi bisogna leggere il testo per capire cosa ha effettivamente intenzione di fare il legislatore. Certamente non attuare misure di prevenzione e contrasto, perché quello non si fa attraverso la legge penale (anzi, di solito non lo si fa proprio attraverso la legge, ma attraverso le cosiddette agenzie di socializzazione).

Vediamo un po’:- l’articolo 1 è cervellotico, confusionario e sconclusionato. La lettera b afferma che «per genere si intende una qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso». La serie “Poche idee e molto ben confuse” è completata con la lettera d, secondo cui «per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Queste parole sono del tutto avulse dall’intento dichiarato nel titolo. Esse perseguono palesemente l’obiettivo di costruire una semantica estranea a quella propria della lingua in cui la legge viene scritta, integrandola nella lingua stessa. Sono anni che denuncio la pericolosa deriva del positivismo linguistico, quel tentativo patetico di cambiare a tavolino le regole grammaticali con il pretesto di rendere la lingua via via meno «sessista» (in realtà più sessista visto che pretende di marcare una differenza tra i sessi laddove la lingua non la prevede), più «inclusiva» and so on. Ma qui siamo oltre: si cerca di plasmare la lingua a uso e consumo di uno specifico disegno di legge per ragioni squisitamente ideologiche. Come hanno scritto Rosario Zannone e Gennaro N Salzano, siamo di fronte a una legge che «invece di mutuare il significato delle parole di senso comune dalla società, vuole imporre essa stessa il significato delle parole», il che significa che «la legge vuole imporre, con la forza della propria cogenza (specie quella penale), una determinata modifica del costume sociale»: «se si limitasse a recepirlo, questo eventuale mutamento, non avrebbe bisogno di definire il significato delle parole». Ecco perché siamo dinnanzi a un disegno di legge ideologico, degno dei peggiori totalitarismi.

È infatti all’articolo 2 la prima cosa che fa la legge è modificare l’articolo 604-bis del codice penale, che non prevede una fattispecie delittuosa violenta, bensì un reato d’opinione, una cosa che dovrebbe risultare odiosa a qualsiasi fautore della libertà, perché in una democrazia liberale le opinioni — anche se schifose, aberranti o semplicemente stupide come quelle di Laura #Castelli o Danilo #Toninelli, imbecilli come quelle di Roberto Speranza, ignoranti come quelle di Luigi #diMaio, nulle come quelle di Cathy #laTorre, Laura #Boldrini o Deborah #Serracchiani, menzognere come quelle di Valeria #Fedeli, svergognate come quelle di Teresa #Bellanova, sfacciate come quelle di #Salvini il #capitone, sguaiate come quelle di Giorgia #Meloni — dovrebbero essere sempre poter espresse e mai punite in quanto tali (al massimo si risarcisce al singolo il danno — comprovato, e di cui dev’essere dimostrata la relazione causa-effetto — che gli hanno provocato).

L’articolo 4, poi, è il più bizzarro. Attraverso una arzigogolata circonlocuzione, si fanno salve la libera espressione di convincimenti e opinioni — e ci mancherebbe altro — e «le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee (?), purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori [rectius discriminatorî, ché «discriminatori» è il plurale di «discriminatore», non di «discriminatorio»] o violenti». Della serie “Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?”.

L’articolo 5 è tutto un profluvio di rinvii che fanno fumare la testa perfino a uno che combatte tutti i giorni con il diritto amministrativo come me. In sostanza prevedono degli aggravamenti di pena per reati già previsti dall’ordinamento qualora tali reati siano commessi per ragioni legate a sesso, genere, orientamento sessuale o identità di genere (N.B.: il testo non parla da nessuna parte di disabilità) così come definiti dall’articolo 1. Cioè se io ti picchio perché dici di essere donna ma in realtà hai il pene, è più grave che se ti picchio perché hai i capelli rossi.

L’articolo 7 è il più cretino perché istituisce l’ennesima giornata nazionale, in questo caso «contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia». Due errori logici in questo articolo: il primo è che la rubrica parla di istituzione e il testo di riconoscimento (chi ha studiato teoria generale del diritto sa che sono due cose completamente diverse), il secondo è che in lingua italiana le parole “omofobia”, “lesbofobia”, “bifobia” e “transfobia” indicano letteralmente la paura/avversione rispettivamente per sé stesso, per l’isola di Lesbo, per il numero due e per i cambiamenti. In questo caso i geniali dilettanti legislatori si sono dimenticati di fare positivismo linguistico come all’articolo 1.

Dulcis in fundo, l’articolo 8 aggrava la pubblica amministrazione di un ennesimo onere, quello di elaborare triennalmente la prevenzione e il contrasto a un fenomeno emergenziale inesistente, ovviamente senza maggiori oneri della finanza pubblica (e quindi con lo stesso personale, che deve ridurre il tempo di lavoro dedicato ad attività utili). L’articolo 9 sono altre scemenze, l’articolo 10 in sostanza dice all’Istat come deve condurre i propri studi al fine di fare emergere dalle statistiche la realtà che il legislatore pretende che emerga.

Dunque la legge è totalmente inutile rispetto alla finalità che dichiara di voler perseguire, mentre a un’attenta lettura si rivela un pretesto per far serpeggiare nell’ordinamento tutt’altro, costituendo un pericoloso precedente (a dire la verità non il primo) per assecondare qualsiasi capriccio ideologico di un legislatore che ha il solo scopo di accaparrarsi nicchie di consenso.

2. Perché una legge del genere è incostituzionale e contraria a principî giuridici fondamentali europei e internazionaliQuesta legge vìola i seguenti principî sanciti dalla Costituzione della Repubblica italiana, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e da varie fonti del diritto internazionale di natura pattizia (tra cui la Carta europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), corrispondenti a criteri elaborati da almeno due secoli di dottrina giuspenalistica e sistematizzati già da Cesare Beccarìa:

a) principio di necessità. Non è necessario introdurre nuove fattispecie criminose per atti già puniti come reati. Non è necessario modificare il nomen criminis né la qualificazione giuridica degli stessi fatti. Facendolo, si rischia solo di creare una grande confusione determinando disparità di trattamento per situazioni simili e una maggior complessità dei procedimenti (proprio quello di cui in Italia, malgrado il record mondiale di durata dei processi, abbiamo bisogno!).

b) criterio di isonomia, cioè di parità di tutti gli individui dinnanzi alla legge. In violazione di tale principio si pretende che lo stesso reato, indipendentemente dalle modalità della condotta criminosa, venga punito diversamente a seconda di caratteristiche individuali del soggetto passivo. Attenzione: stando alla lettera del testo, dovrebbe essere il disegno criminoso a determinare il grado di gravità della condotta; in realtà, però, siccome non è oggettivamente dimostrabile che il mio disegno criminoso preveda che io voglia aggredire una persona solo per le sue tendenze personali, è inevitabile che l’ipotesi di reato sia formulata sulla base della parola di questa persona, che dei suoi gusti sessuali e del suo sesso «percepito», indipendentemente da come risulta biologicamente e anagraficamente e da ciò che appare esteriormente, può dire ciò che vuole. Non assume rilevanza il convincimento dell’agente in merito a ciò, bensì solo il “sentimento” della parte offesa. Paradossalmente, se massacrassi di botte un maschio dichiaratamente perché effeminato, ma tale maschio dicesse di essere cisgender (condizione per la quale si identifica il proprio genere nel proprio sesso biologico) ed eterosessuale, l’aggravante dell’odio legato all’identità di genere e/o all’orientamento sessuale non sarebbe applicabile.

c) criterio di generalità e astrattezza. Un criterio principe che qui va bellamente a farsi benedire, in quanto non si tiene conto di una pluralità indistinta di soggetti rispetto a fatti ipotetici e non di volta in volta determinati, ma solo a uno specifico segmento di popolazione, che così risulta privilegiato dalla legge penale rispetto a tutti gli altri. Allora perché gli omosessuali, i transessuali e altri GLBTQIA+ sì mentre gli obesi no? E infatti in questa deriva pericolosa c’è già chi ha chiesto di estendere la maggiore protezione penale agli obesi: il deputato del Pd Filippo Sensi ha dichiarato in aula che veniva bullizzato da chi gli dava del «cicciabomba cannoniere» e pertanto vorrebbe una legge (ça va sans dire penale) contro il body shaming. In realtà tutti sono meritevoli della stessa tutela e nessuno merita un trattamento di favore, e qui torniamo al principio di isonomia (cioè di ugaglianza formale).

d) criterio di oggettività. La legge penale dev’essere oggettiva e cioè deve prevedere fatti obiettivamente misurabili. Allo stato dell’avanzamento scientifico non è possibile dimostrare alcunché che sia previsto dal disegno di legge in parola se non il sesso biologico e quello anagrafico (che comunque, se diverso da quello biologico, costituisce una finzione giuridica). Quindi entriamo in un campo minato in cui le più elementari garanzie di difesa vengono meno in quanto se la parte offesa afferma di essere fatto in un certo modo l’onere della prova contraria viene ribaltato sull’imputato, ma sarebbe una probatio diabolica.

e) certezza del diritto. L’impossibilità di stabilire con sia le caratteristiche sessuali del soggetto passivo sia che il movente dell’agente sia basato su di esse determinano una totale incertezza della normativa applicabile, con conseguente arbitrio del giudice.

f) principio di non contraddizione e di unità dell’ordinamento. L’articolo 4 si contraddice con i precedenti.

g) criterio di proporzionalità della pena. Qui la pena non è proporzionata al bene giuridico tutelato, ma al motivo per cui si determina la lesione di tale bene giuridico.

h) libertà di manifestazione del pensiero. La semplice manifestazione di un pensiero non è di per sé punibile. Perché lo diventi è necessario che in concreto cagioni una violazione a un bene giuridico meritevole di tutela penale. Non è sufficiente che il pensiero sia astrattamente idoneo a ledere il bene giuridico tutelato se la lesione non si è concretizzata. Se io ti dico quanto è bello commettere un reato e tu non lo commetti, come si fa a dire che la mia apologia di reato abbia costituito una istigazione? A parte il fatto che già dimostrare che una persona commette un reato per colpa di un altro è una cosa parecchio discutibile, che entra in conflitto con un altro principio, quello della personalità della responsabilità penale, e comunque non è dimostrabile, tant’è che la Corte costituzionale con sentenza 96/1981 dichiarò illegittimo l’articolo 603 del codice penale, che prevedeva il reato di plagio psicologico.

3. Perché una legge del genere sarebbe dannosa
Perché una legge del genere sarebbe dannosa è presto detto: qualora le fonti del diritto siano plurime sulla stessa materia, non sempre i criteri di risoluzione delle antinomie riescono a risolvere i conflitti, ragion per cui la sfera dell’arbitrarietà del giudice si allarga e potrebbe risultare più o meno influenzata da convinzioni e sensibilità personali che esulano da valutazioni strettamente giuridiche, alle quali il giudice dovrebbe rigidamente attenersi.Chi blatera di valore simbolico della legge dovrebbe solo tacere perché evidentemente ignora alla radice qual è il senso della legge in generale e di quella penale in particolare. La legge penale non ha la finalità di lanciare messaggi; per quello ci sono i romanzi e altri testi letterari. La legge penale dev’essere oggettiva, chiara, semplice, essenziale. E soprattutto non deve avere scopi morali: ché la buona creanza è una cosa, il crimine un’altra. E la legge penale ha a che fare con la vita concreta delle persone ed è atta a comprimere le loro libertà, non a farli fantasticare con la mente.#noalddlzan#noddlzan

#DdLZAN: INUTILE, DANNOSO E CONTRARIO AI PRINCIPÎ DELLA SCIENZA PENALE

Pubblicato in: eterofobia

Finestre


Giusto per fare il paio con «I 5 VERI OBIETTIVI DEL DDL ZAN»:

perché alla fine è qui che si vuole arrivare…

#NoDDLZan

Ed a chi nota che molto probabilmente quello è un profilo falso, creato ad arte per suscitare scompiglio io rispondo che sarà anche falso, ma comunque sarebbe un maledetto schema tipo finestra di Overton. Da troppo tempo vogliono rendere accettabile una cosa turpe come la pedofilia!

Pubblicato in: cristofobia, eterofobia

I 5 VERI OBIETTIVI DEL DDL ZAN


di Mario Adinolfi

Se vi trovaste mai a partecipare a un dibattito sul ddl Zan entro il terzo minuto saranno messe in campo argomentazioni che con il ddl Zan non c’entrano nulla. Vi citeranno con sdegno l’ultima presunta aggressione omofoba su cui gli uffici stampa dell’associazionismo gay saranno riusciti a costruire un Hype grazie ai sodali della lobby presenti in giornali e tv, vi diranno che il ddl Zan servirà a punire i vili aggressori. Ve lo diranno ovviamente mentendo e sapendo di mentire, chiunque aggredisca un omosessuale è chiaramente già punibile e la pena sarebbe aggravata dagli abietti motivi. I proponenti tutto questo lo sanno benissimo come sanno benissimo che l’unico motivo per cui hanno deciso di intervenire estendendo la legge Mancino è che l’obiettivo è costituire il reato di opinione di “istigazione all’odio omofobico”. Essendo privo di precisa definizione giuridica il concetto stesso di “istigazione” così come si balla attorno a ciò che sia effettivamente l’omofobia, l’effetto del ddl Zan è costruire un’area grigia sotto cui possano essere colpiti tutti i cosiddetti “omofobi” (cioè gli oppositori dell’agenda Lgbt) per il loro solo agire in contrasto alla lobby arcobaleno. Qualsiasi frase anche solo geneticamente dura potrà essere intesa come istigatrice dell’odio omofobico e il gioco sarà fatto. D’altronde lo stesso autore della legge, Alessandro Zan, ha ammesso in un’intervista al Foglio che “in astratto” la sua normativa può colpire un’opinione. Ovviamente Zan sa benissimo che la norma scritta in astratto verrà poi applicata in concreto dall’azione dei giudici amici (Palamara docet). Ma andiamo a vedere nel dettaglio cosa accadrà se l’esercito conformista di giornali, cantanti e influencer riuscirà a imporre all’Italia la prima legge fascistissima approvata dal 1926 con l’obiettivo di mandare in galera gli avversari politici. Ecco i 5 veri obiettivi del ddl Zan.

  1. Impedire l’opposizione all’agenda Lgbt
    A differenza che in altri Paesi occidentali, l’ordinamento giuridico italiano non ha concesso ai gay i diritti che loro considerano fondamentali. Niente matrimonio “egualitario”, niente adozioni, carcere per chi pratica l’utero in affitto, persino la fecondazione eterologa non è concessa fuori dalla coppia etero. Unico piccolo successo la legge Cirinnà, su cui però la mobilitazione dei family Day ottenne la decisiva vittoria di far saltare l’articolo 5 sulla stepchild adoption. Dal 2016, anno di approvazione del ddl Cirinnà, i gay in Parlamento non hanno toccato palla e invece speravano di ottenere a cascata tutti i “diritti” partendo ovviamente da quello alle adozioni omosessuali. Invece, niente. E qui interviene la malignità del ddl Zan che punta a disarticolare gli oppositori della piattaforma Lgbt facendo pendere la spada di Damocle del carcere sulle loro teste. Il capolavoro è contenuto nell’articolo 4 del ddl, quello che sembra affermare il diritto alla libertà di espressione. Ma, dice il saggio, in cauda venenum. Le ultime righe dell’articolo 4 affermano che le opinioni possono essere liberamente espresse “purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. E chi decide se le mie dichiarazioni sono o no “idonee” a far scattare i comportamenti discriminatori? Semplice. Il giudice, nella sua discrezionalità. Oggi posso dire con tranquillità che due gay che usano l’utero in affitto compiono un abominio criminale (la legge italiana infatti punisce tale pratica, quindi è un crimine). Se approveranno la legge Zan un qualsiasi giudice a seguito di denuncia della tal associazione potrà stagione che la mia dichiarazione ha contribuito al compimento di atti discriminatori. Mandandomi in galera. Sarebbero quattro anni ma poiché sono presidente di associazione posso beccare l’ulteriore aggravante e prenderne anche sei.
  2. Imbavagliare i soggetti politici contrari a matrimonio gay e utero in affitto
    Per effetto dell’assimilazione alla legge Mancino alcune associazioni o soggetti politici potrebbero essere indicati come “omotransfobici” e di conseguenza sciolti di imperio. L’articolo 1 della legge non lascia scampo: è punito “con la reclusione da 6 mesi a 4 anni, chiunque partecipa o presta assistenza ad organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza” omotransobica. Gli eventuali condannati non potranno ovviamente partecipare alle elezioni (articolo 5 ddl Zan). Già in passato le associazioni Lgbt hanno provato a impedire la presentazione delle liste del Popolo della Famiglia per la presenza nel simbolo della scritta “no gender nelle scuole” indicandola come omotransfobica. Con il ddl Zan basterà loro trovare un giudice disponibile a condannarci.
  3. Intimidire le prese di posizione della Chiesa Cattolica
    Dall’inizio degli Anni Novanta è in atto un processo che punta alla marginalizzazione dei cattolici dalla vita pubblica. Questo processo ha prima portato alla cancellazione dei soggetti politici di ispirazione cristiana (scioglimento della Dc nel 1993 e del Ppi nel 2001), poi all’attacco sistematico all’associazionismo cattolico più influente (penso in particolare alle campagne contro CL e Opus Dei), ma ora si mira al bersaglio grosso: si vuole intimidire la Chiesa cattolica, impedirle di influenzare il dibattito pubblico e politico sui temi etici. Il ddl Zan offre nuovi strumenti. Prova generale è stata la reazione al responsum della Congregazione della Dottrina della Fede che dice no alla benedizione delle unioni omosessuali. Sono personalmente stato ospitato in numerose trasmissioni televisive in cui si è esplicitamente affermato che quel responsum “omofobo” ha materialmente ispirato e reso possibile l’aggressione a due gay che si baciavano nella stazione metro di Valle Aurelia. Quanti prelati oseranno affermare i principi del catechismo della Chiesa cattolica in materia, sapendo di esporsi a questo tipo di accuse?
  4. Entrare nelle scuole e orientare i bambini
    Con l’istituzione della giornata nazionale del 17 maggio contro la omotransfobia le scuole “di ogni ordine e grado” (articolo 7 ddl Zan) finiscono in prima linea nella costruzione dei nuovi balilla del politicamente corretto, educati a concetti di cui non possono conoscere il senso fin dall’età di tre anni. L’Unar con l’articolo 8 della legge viene dotato di un fondo multimilionario con cui coordinare le azioni di “educazione” e “contrasto alla omotransfobia” ovviamente a partite dalle scuole.
  5. Mettere le mani su centinaia di milioni di euro
    Passo finale e più concreto di tutti è avere accesso al rivolo infinito di quattrini che dall’Europa, dai vari ministeri, dalle regioni, dai comuni saranno stanziati per combattere la omotransfobia grazie all’impulso oggetto dal ddl Zan. Il valore di tali interventi è pari a centinaia di milioni di euro all’anno e nella stagione in cui è scomparso il finanziamento pubblico dei partiti questo inciderà in maniera profonda, al punto da alterare il gioco democratico a favore dei sostenitori della piattaforma Lgbt.

Ecco spiegate quelle curve e anse nascoste dal politichese di una legge che Fedez e Elodie non sanno (e non vogliono) leggere, che spesso ne occultano l’essenza stessa. Queste sono le vere ragioni per cui Zan vuole la legge Zan e Zan lo sa bene. Come tutti i suoi mandanti.

Pubblicato in: eterofobia

Modamiglia


 

Uno degli aspetti che più mi preoccupano del ddl Zan è che in tutti i paesi in cui è diventato legge, la famiglia ha cessato di essere la solida realtà naturale che tutti conosciamo, e si è trasformata in un concetto vago ed evanescente.
Del resto con la legge sull’omofobia sarà discriminatorio sostenere che due uomini non siano famiglia, o due donne, o tre uomini, o un single, e così via.
Tutto sarà famiglia, e dunque nulla più sarà famiglia.
Perderemo l’idea stessa di padre, di madre, di fratello e sorella.
Bene. Qualcuno dice che sono esagerato, catastrofista, complottista.
Poi arrivano le Iene, e si incaricano di darmi ragione.
L’ultima trovata è la “cogenitorialità platonica”.
Essere cogenitori senza essere coppia.
Si sceglie un partner su internet, in un catalogo illustrato, si compra il suo sperma ovvero si acquistano i suoi ovociti, e poi, prodotto il bambino in vitro, si cresce insieme il figlio ma senza avere alcun rapporto con l’altro “cogenitore platonico”.
Pensa a tutto il gestore della cogenitorialità, come ad esempio “Modamily”, ovviamente in cambio di un assegno da 3500 a 10.000 euro all’anno.
Crescere un figlio senza le noie dei rapporti casalinghi con l’altro, i calzini da lavare, la tavoletta del water da alzare o da abbassare, le decisioni da prendere insieme, le differenti visioni in materia di educazione etc.
Ecco la frontiera della nuova famiglia, anzi, della “modamiglia”.
E fino a 6 anni di galera per chi non è d’accordo.
Ma scusate, ma per mettere al mondo nuove creature non era meglio quel sano buon vecchio sistema di una volta?
A me continua a piacere parecchio, ma d’altronde, che vi aspettavate da un medievale come me?

PS. cosa dirà il co-figlio al co-padre e alla co-madre quando avrà raggiunto l’adolescenza? Li manderà a co-quelpaese?