Pubblicato in: Le tasse sono una cosa bellissima

Mettiam mano ai trattati


Grazie a Miro Siccardi e ad Iva Pescio che spiegano anche a un tonto come me perché non sia una gran furbata osteggiare in modo stupido Amazon:

Per quelli che non lo avessero ancora capito.I grandi della vendita via web (amazon, ecc.) le tasse le pagano e le pagano dove le normative fiscali nazionali e gli accordi in materia fiscale tra stati consentono: se fossero evasori la reperessione fiscale dei diversi paesi in cui operano li avrebbe massacrati.Oltre 14.000 aziende produttrici italiane vendono tramite amazon esportando prodotti italiani nel mondo per oltre 500 milioni di euro, aziende che danno lavoro a molti dipendenti. Se dovessero dotarsi di agenti e rappresentanti e passare attraverso la rete commerciale dei negozi “fisici” non sopravviverebbero: i loro prodotti verrebbero a costare al consumatore finale almeno il doppio.Amazon ha investito in Italia oltre 5,8 miliardi assumendo 8.500 dipendenti in 25 sedi nel nostro Paese, ha contribuito al prodotto interno lordo (PIL) dell’Italia per 7,6 miliardi di Euro tra il 2010 e il 2019 e creato, nel solo 2019, (per effetto indiretto degli €1,8 miliardi investiti) più di 120.000 nuovi posti di lavoro.Se mai venissero inasprite le aliquote fiscali sulla vendita via web due categorie di cittadini italiani ne subirebbero costi e danni: i produttori e i consumatori finali. Il maggior costo verrebbe interamente ribaltato sul prezzo finale, calerebbe il consumo di prodotti italiani e il potere di acquisto dei consumatori, a tutto danno della fascia delle famiglie meno abbienti.Insomma: per i giganti del web cambierebbe poco, il danno ricadrebbe interamente sui poveracci. Siete davvero sicuri che stratassare le vendite via web sia una buona idera? Leggendo le statistiche della percentuale di cittadini italiani che vorrebbero vedere inasprita la fiscalità verso Amazon mi viene il sospetto che agli italiani piaccia darsi martellate sulle palle da soli.

Più che tassare Amazon o il ueb si dovrebbe metter mano agli accordi in materia fiscale tra stati che consentono questi giochetti

Pubblicato in: Le tasse sono una cosa bellissima, Svizzera

Soluzione al 7,7%


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Per la serie “c’è vita intelligente dentro a Facebook” oggi apprendo che la Svizzera applica ad Amazon una tassa del 7,7%.

Luca Sabatti chiede “Ma è vero che Amazon non opera in Svizzera?”

Sì, è proprio vero, c’è una tassa del 7,7%. Che sul commercio “fisico” ossia con negozio non c’è.

Ma non è socialismo! Serve a mettere il commerciante di prossimità in condizione di competere. Non è il massimo dell’ortodossia liberista ma è un compromesso di buon senso. Più che altro perché Amazon – e probabilmente anche gli altri distributori in rete – di tasse locali agli stati dove operano ne pagano veramente pochissime. Quasi sicuramente molte meno dell’equivalente operatore locale

Credo sarebbe opportuno copiare la cosa a livello europeo ed ovviamente varrebbe per tutti gli acquisti online.

Sarebbe intelligente copiare anche tante altre cose dalla Svizzera – non tutte – ma l’intelligenza, si sa non è molto ben distribuita. Con tutti i berciatori di anglismi che ci sono qui in italì poi è quasi certo che l’intelligenza stia evaporando.

Pubblicato in: Bel Paese di merda, Le tasse sono una cosa bellissima

Piccoli sfoghi


Non posso che sottoscrivere questo piccolo sfogo di Federico Busetto

Il governo dopo 8 mesi , non essendo stato ingrado di fare nulla ha ben pensato ad un altro lockdown, che abbatterà definitivamente l’economia italiana.

Oltre ad un sonoro “welcome to Greece” posso solo invitare TUTTI i miei amici e conoscenti con partita IVA a non rilasciare più alcuno scontrino o fattura. Sarà mia cura prima di ogni pagamento proporre l’alternativa che non foraggi questa manica di pazzi criminali.

Pubblicato in: Bel Paese di merda, La pianura che non deve essere nominata, Le tasse sono una cosa bellissima, leviatano

La distribuzione della spesa pubblica per macroregioni | Università Cattolica del Sacro Cuore


La distribuzione della spesa pubblica per macroregioni | Università Cattolica del Sacro Cuore

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Pubblicato in: Le tasse sono una cosa bellissima, leviatano

La burocrazia è il cancro!


Cari patrioti trinariciuti, avete votato SÌ per ridurre i parlamentari?

Bravi deficenti! Avete ignorato che è la burocrazia il cancro di questa nazione, più della politica che in realtà è al suo servizio!

Inps, aumento di stipendio da 62mila a 150mila euro per il presidente Tridico. Il centro-destra chiede le dimissioni

Anche al presidente dell’Inail viene concesso lo stesso stipendio di 150mila euro lordi all’anno, 40mila euro all’anno invece vanno ai vicepresidenti dei due Istituti (60mila se hanno deleghe). Ai consiglieri di amministrazione di Inps e Inail spetteranno 23mila euro

Fonte: Il Sole 24 ore
Pubblicato in: Le tasse sono una cosa bellissima, leviatano

La feroce guerra dello Stato all’economia privata


di Guglielmo Piombini, condiviso da Renato LvMises Lanzini su faccialibro:

Nella classifica mondiale della pressione fiscale complessiva sulle imprese curata dalla Banca Mondiale l’Italia figura al primo posto tra i paesi industrializzati, con un total tax rate del 64,8%. Al secondo e al terzo posto si trovano la Francia (62,7%) e il Belgio (52,4%). La Germania è al 48,8%, gli Stati Uniti al 43,9%, il Regno Unito al 32%, la Svizzera al 28,8%. Il dato incredibile dell’Italia, probabilmente sottostimato dato che vi sono aziende che finiscono per versare l’85% dei propri utili al fisco, dimostra quanto sia fuorviante il ritornello sulla “crisi” ripetuto dai politici e dai giornalisti.

I problemi dell’economia italiana non nascono da una crisi congiunturale, ma sono l’ovvia conseguenza dell’aggressione fiscale al settore produttivo privato.

Le risorse che il settore pubblico requisisce al settore privato sono quasi raddoppiate dagli anni ‘90 a oggi, passando da 400 miliardi a oltre 700 miliardi.

Tuttavia, lungi dal placarsi, l’isteria contro “l’evasione fiscale” è andata crescendo con l’aumentare delle entrate.

Come un tossicodipendente in crisi d’astinenza che necessita di dosi sempre più alte di droga e che per reperirla diventa disposto a tutto, persino al crimine, anche lo Stato italiano è diventato tanto più esoso, intrusivo e spietato con i contribuenti quanto più le sue casse si rimpinguavano di tributi.

Per rapinare e tormentare il ceto privato produttivo la casta statale ha escogitato via via strumenti come Equitalia, il solve et repete (prima paghi poi, se hai ragione, forse ti ridiamo indietro i soldi), gli studi di settore, il redditometro, lo spesometro, le segnalazioni al 117, Serpico (il cervellone elettronico che incrocia decine di migliaia di informazioni al secondo), l’abolizione del segreto bancario, i 400mila controlli all’anno sulle piccole imprese, i blitz contro la mancata emissione di scontrini, il limite all’utilizzo dei contanti, l’utilizzo del pos per le transazioni commerciali sopra i 30 euro e l’elenco potrebbe continuare.

L’Italia è diventata in pochi anni un inferno fiscale, uno stato di polizia tributaria nel quale fare attività d’impresa è diventato impossibile o molto pericoloso.

Aprire la partita IVA significa diventare un bersaglio dello stato, che può saltarti addosso con tutto il suo apparato e un po’ alla volta portarti via la tranquillità personale, i risparmi, l’attività, la casa e nei casi più tragici anche la vita.

Sfogliando le pagine economiche dei quotidiani si possono trovare appaiate quasi ogni giorno due generi di notizie: da un lato nuovi privilegi, aumenti e benefit concessi a questa o quella categoria statale; dall’altra nuove tasse, multe, sanzioni e restrizioni imposte alle categorie private.

Le pagine di cronaca riportano frequenti casi di sanzioni stratosferiche a imprenditori, professionisti, artigiani o commercianti per questioni formali, e numerosi casi di totale impunità per i dipendenti statali responsabili di mancanze gravissime o addirittura reati: pare che nemmeno chi viene scoperto commettere furti o rapine sul luogo di lavoro possa essere licenziato.

Queste misure discriminatorie hanno determinato una situazione fortemente sbilanciata.

In nessun paese avanzato vi è una tale differenza di status tra chi è dentro e chi è fuori la pubblica amministrazione.

Fino a qualche decennio fa, invece, c’era un certo equilibrio tra le condizioni di impiego nel settore privato e nel settore pubblico.

Soprattutto nelle regioni del nord il settore privato garantiva gli stipendi più elevati, tanto che, negli anni Sessanta, un operaio della Fiat guadagnava più di un preside di scuola.

Oggi una situazione del genere è diventata impensabile. In Italia, come ricordava Oscar Giannino in una recente trasmissione radiofonica, la retribuzione lorda è mediamente di € 33.000 nel settore pubblico e di € 23.400 nel settore privato; in Francia è di € 35.000 nel pubblico e di € 34.000 nel privato; in Gran Bretagna è di € 34.000 nel pubblico e di € 38.000 nel privato.

Anche per quanto riguarda le pensioni, in Italia quelle degli statali sono del 72 % più alte rispetto a quelle dei privati, malgrado la crescente esosità dei contributi previdenziali imposti a questi ultimi.

La tendenza è chiara: nei paesi dove le imposte sono elevate le retribuzioni degli statali sono più alte di quelle dei privati, mentre l’opposto si verifica nei paesi a bassa tassazione.

Questa persecuzione fiscale delle attività private ha arricchito notevolmente le categorie che vivono di spesa pubblica, ma ha prodotto delle conseguenze rovinose sull’economia del suo complesso.

Negli anni ’50 e ’60, quando le tasse erano basse e i controlli fiscali molto blandi, l’economia cresceva a due cifre e gli italiani sono passati dalla miseria al benessere; negli anni ’70 e ’80 le tasse e la spesa pubblica sono aumentate e la crescita è diminuita; negli anni ’90 e Duemila tasse e spese sono ulteriormente aumentate e la crescita si è arrestata; oggi l’imposizione fiscale e la spesa pubblica sono elevatissime, il paese è in recessione perenne e gli italiani si stanno impoverendo.