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Identificato il parassita evasore! È Manny “Tuttofare” Garcia


Come non notare una indiscutibile somiglianza?

Il nome del criminale noto al grande pubblico come “parassita della società” era rimasto ignoto fino ad oggi alla magistratura, nonostante fosse il protagonista involontario della campagna anti-evasione fiscale recentemente trasmessa dai maggiori organi di informazione nazionale.

Il criminale è stato segnalato all’attenzione delle forze di polizia da alcuni eroici cittadini della cittadina di Sheetrock Hills dove aveva trovato rifugio e sfacciatamente continuava a delinquere, tanto da aver persino aperto un’attività di manutenzioni civili ed industriali con sede in un negozio nella via principale della tranquilla cittadina.

Manny Garcia: notate i caratteri lombrosiani dell’evasore incallito

Il sospettato noto in città col soprannome di “Manny Tuttofare” o “Handy Manny” risponde in realtà al nome di Manuel Estevez Garcia III ed a suo carico pende una serie impressionanti di accuse mosse da Guardia di Finanza, Carabinieri, Unicef, esercito della salvezza e dai testimoni di Genova.

Il Garcia è stato tenuto sotto stretta sorveglianza dalle fiamme gialle per un paio di mesi in cui hanno raccolto una serie di prove schiaccianti. Nel corso delle indagini è risultato che Manny che apparentemente godeva del favore di tutta la cittadina in realtà svolgeva la sua attività in modo completamente illegale, senza emettere fatture o ricevute e facendo ricorso al lavoro di alcuni bambini.

Al momento dell’arresto il Garcia è stato sorpreso mentre dirigeva i lavori di un gruppo di minorenni ridotti in stato di schiavitù.

I militari della Guardia di Finanza che lo hanno arrestato dispongono di filmati e registrazioni ambientali che lo inchiodano: pare che il Garcia si riferisse con il termine “attrezzi” ai minori che lavorano nella sua impresa, che li facesse dormire in condizioni disumane nel retro del negozio, facendoli lavorare anche la notte e persino durante la vigilia di Natale.

In particolare il commissario Bassettoni nella conferenza stampa indetta a seguito dell’ecclatante arresto ha comunicato alla stampa che le intercettazioni coinvolgono perfino il sindaco del paese, la signora Rose. Pare che il sindaco abbia fatto eseguire numerosi lavori di manutenzione al Manny senza indire regolare gara d’appalto ma chiamandolo direttamente e senza chiedere preventivi. Il sindaco Rose si è difesa sostenendo il grado di urgenza delle riparazioni fatte eseguire al Garcia: “Ho fatto riparare l’albero di Natale che si era rotto la vigilia. Non capisco Manny mi è sempre sembrato così onesto!”. La sua posizione è tutt’ora al vaglio degli inquirenti; secondo alcune indiscrezioni pare sia stata aperto un altro filone di indagini sul sindaco che gestiva le casse del comune in modo disinvolto.

I proprietari dei negozi vicini in seguito all’arresto si sono dichiarati sollevati, in particolare il signor Lopart, proprietario del negozio di dolciumi che sostiene di essere stato minacciato da mesi dal Garcia e di aver subito le minacciose attenzioni del Garcia che quotidianamente lo obbligava a ricorrere ai suoi servigi.

Il giro di affari era tale che la GdF stima in 12 gazilioni l’evasione tra IVA non versata, IRPEF e contributi evasi.

La proprietaria della ferramenta locale ha poi denunciato il Garcia sostenendo di essere stata costretta con minacce dal Garcia a fornirgli tutti i materiali utilizzati e che nessuna delle numerosissime forniture sia stata poi pagata.

La situazione per il non più sorridente Manny si fa pesante; pendono su di lui numerosi capi d’inputazione: evasione fiscale continuata ed aggravata dall’evasione contributiva, incongruenza con gli studi di settore, sfruttamento del lavoro minorile e  riduzione in stato di schiavitù, furto e percosse.

Attilio Befera ha commentato soddisfatto la notizia: “Siamo lieti che questo evasore fiscale sia stato assicurato alla giustizia. Costui è la dimostrazione vivente che chi evade il fisco è predisposto a delinquere in numerosissimi modi!”

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I metodi di uno stato mafioso


Oggi cercavo notizie su Gianfranco Miglio e sulla sua parabola politica conclusasi con l’uscita dalla Lega e con la rottura con Bossi. Sapevo che questi eventi avevano spinto Miglio a raccontarli nel libro  “Io, Bossi e la Lega. Diario segreto dei miei quattro anni sul Carroccio” (Milano, A. Mondadori, 1994. ISBN 88-04-39395-5) cerca e cerca mi imbatto in questo articolo dall’archivio del Corriere. A scanso di censure me lo son salvato, non si sà mai. Qui voglio farvi notare questo:

“Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega, li farò pentire: nelle località’ che piu’ simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della guardia di finanza e della polizia; anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti, i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace…”.

Francesco Cossiga , 26   maggio 1990 parlando al telefono con Gianfranco Miglio

Ora il nostro Cossiga non è stato un presidente qualunque. È stato il ministro dell’interno negli anni di piombo, è stato a capo di Gladio, conosceva i metodi dei servizi segreti. Metodi mafiosi, criminali.  Come criminali erano i metodi che suggeriva anni più tardi per sedare il dissenso universitario nel 2008:  “evitare di chiamare in causa la polizia, ma screditare il movimento studentesco infiltrando agenti provocatori, e solo allora, dopo i prevedibili disordini, «le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale»” (fonte Wikipedia).

Ora datemi del dietrologista ma se un ex-presidente della repubblica, ex-ministro dell’interno, ex-primo ministro dello stato italiano (notate le minuscole “spregiative”) si permette candidamente di suggerire questo genere di azioni vuol dire che metodi di questo genere sono ampiamente utilizzati, anche dai servizi segreti da pezzenti di questo stato.

Diffusione di un "certo" cognome
Diffusione di un “certo” cognome

Ed io non dovrei credere che non riuscendo ad infilargli droga in macchina – il giochetto era stato smascherato da Miglio – non siano passati a sistemi più sopraffini, come per esempio infiltrare qualcuno di origine “terrona”, pardon calabrese?

Io quando vedo diagrammi come questo non riesco a non pensare male. Ma di certo è un’impressione. Sì di certo mi sbaglio! No, vedere che la concentrazione maggiore di quel cognome è in una certa regione dove nacque, prospera e comanda una certa organizzazione il cui nome comincia con un apostrofo non mi deve far pensar male. No, certo non in uno stato dove un anno si e l’altro pure si vocifera di trattative stato-mafia. Non stò neanche a metter collegamenti, tanto è palese la cosa.

Poi ovviamente i metodi mafiosi si applicano anche anche alla riscossione del pizzo, ops, delle tasse.

L’articolo continua con una sintesi dell’opinione che Miglio si era definitivamente fatto di Bossi suo ex alleato: bugiardo, ignorante, imbroglione, geloso, vagamente mitomane, autocelebrativo in modo imbarazzante, isterico, arrogante, primitivo. Quanto sembrano profetiche col senno di poi tutte queste opinioni.

Per concludere non hanno attuato la minaccia di Cossiga. Al posto di andare a beccare l’evasione vera si sono accaniti sulle stesse zone che il sardo voleva fustigare.

Infine un invito: se qualcuno riuscisse a trovare una copia di questo fantomatico libro di Miglio me lo faccia sapere, perché vorrei davvero approfondire l’argomento ed è introvabile. I riferimenti precisi sono Gianfranco Miglio “Io, Bossi e la Lega. Diario segreto dei miei quattro anni sul Carroccio” Milano, A. Mondadori, 1994. ISBN 88-04-39395-5. Anche fotocopiato/scansionato.