Pubblicato in: Le tasse sono una cosa bellissima, Volti di guano

Cinque contro due


Stando a Gioele di tempaesta di cervelli, L’accorpamento dei Tg Rai sarebbe un modo furbesco ed “antidemocratico” di lotta agli sprechi. Già, perché secondo lui 5 giornalisti ad intervistare Renzi potrebbero servire per avere cinque versioni diverse dell’evento no?

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Cinque contro due


Stando a Gioele di tempaesta di cervelli, L’accorpamento dei Tg Rai sarebbe un modo furbesco ed “antidemocratico” di lotta agli sprechi. Già, perché secondo lui 5 giornalisti ad intervistare Renzi potrebbero servire per avere cinque versioni diverse dell’evento no? Scrive:

In poche parole Gubitosi non è il più grande esperto italiano di giornalismoe quindi non può comprendere che 5 giornalisti…

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Una domanda: “Cosa ci facciamo noi Lombardi a fare in Italia?”

Non solo vigili. Sprechi e privilegi degli statali romani

da L’intraprendente.

Scrivere in questi giorni dei privilegi dei dipendenti pubblici del Comune di Roma è quasi straniante. Un assordante rumore di fondo nell’eco divigili una strage che ha tolto la vita a 12 (do-di-ci) uomini che non andavano a lavorare in Iraq, Siria o in un’altra zona di guerra bensì nel centro di Parigi.

Eppure scrivere degli statali dell’Urbe è anche un modo per tornare a quella diversamente assurda normalità che permea l’Italia. Quella in cui alcune categorie di lavoratori, con la difesa dei sindacati, vengono avvantaggiate a scapito di tutte le altre che pagano le tasse. Quella in cui sembra normali che ad alcuni tocchino dei benefit che in altri contesti (e in altri Paesi) susciterebbero l’immediata ilarità generale.

Parliamo della prassi del salario accessorio fatto di piccoli, odiosi, privilegi che sommati possono contare fino a 500 euro al mese. Fra le voci più divertenti troviamo i due euro dati ad ogni impiegato capitolino per strisciare il badge giornaliere (40 euro in tutto), l’indennità aggiuntiva per il lavoro pomeridiano anche se contenuto entro le sette ore e 12 minuti al giorno (36 ore a settimana, quattro in meno dei normali contratti nel settore privato), e i 20-40 euro come indennizzo per la presunta pericolosità dell’uso del pc. Computer che – a quanto riporta La Stampa – buona buona fetta dei dipendenti neppure usava.

E che dire dell’indennità data alle maestre dell’Urbe per i colloqui con i genitori, l’affissione degli avvisi nelle bacheche scolastiche e l’indennità di reperibilità nonostante le scuole abbiano gli stessi orari da sempre. Per i vigili invece un’indennità di servizio esterno (come se stare all’addiaccio per un vigile fosse strano), 20 euro al mese per lavare la divisa e orario notturno a partire dalle…ore 16 del pomeriggio.

Insomma ce n’è per tutti i gusti. Peccato ci sia voluto uno scossone come quello dei 767 vigili rimasti a casa la notte di Capodanno per accorgersene. Altrimenti si sarebbe andati avanti senza neppure guardarsi attorno.

Non solo vigili. Sprechi e privilegi degli statali romani

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Non solo vigili. Sprechi e privilegi degli statali romani


Non solo vigili. Sprechi e privilegi degli statali romani

Una domanda: “Cosa ci facciamo noi Lombardi a fare in Italia?”

Non solo vigili. Sprechi e privilegi degli statali romani
da L’intraprendente.
di

Scrivere in questi giorni dei privilegi dei dipendenti pubblici del Comune di Roma è quasi straniante. Un assordante rumore di fondo nell’eco divigiliuna strage che ha tolto la vita a 12 (do-di-ci) uomini che non andavano a lavorare in Iraq,…

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Pubblicato in: Citazioni, Confronti - comparisons, Germania, Tedesco

Io li ho visti: inefficienti e spreconi


Spesso, troppo spesso, in Italia facciamo molto piu’ di loro , con mezzi inferiori.

La Germani è efficiente? Di sicuro per pararsi il didietro sovradimensionano tutto e tanto. I loro sprechi non li vediamo perchè avvengono sotto forma di inutili sovradimensionamenti del sistema, ma sono ugualmente costosi, se non di piu’. Ma i costi non li pagano loro.

Col tempo mi sono convinto che la loro economia sia, a giudicare da quanto vedo, condannata a predare risorse al di fuori delle loro nazioni. Tutta la loro esistenza e’ un continuo spreco di risorse.

Sprecano risorse quando incapaci di dimensionamenti corretti, per non sbagliare sovradimensionano le cose. Sprecano risorse quando anziche’ cooperare si massacrano in una continua faida di invidie, che chiamano “competizione”. Sprecano risorse quando perdono tempo a coalizzarsi in cordate per cacciare chiunque non sia cittadino tedesco.

Negli scorsi anni vi è chi è emigrato per unirsi a questo modo di essere diversamente efficienti. Che funziona fintanto che ci sono popolazioni vicine da spolpare grazie alla moneta comune che rende artificiosamente vantaggiose le merci tedesche.

Sicuramente nel sistema tedesco c’era spazio per emigrare e unirsi al banchetto. Fintanto che avranno nazioni nell’unione monetaria da spolpare, tutto andra’ bene. Prima hanno spolpato la Germania Est, poi la Grecia, poi in misura minore la Spagna e l’Italia. Ora iniziano cn la Francia. Che avranno le loro colpe e le loro mancanze, ma non sono tutte e sole le fonti delle loro sciagure.

Chi è emigrato in Germania pensa di essere finito in un posto che funziona meglio perchè lo merita. Il sistema tedesco non funziona meglio perchè i tedeschi sono più bravi e se lo meritano. Certo cretini non sono, ma il motivo principale del loro successo è che funzionano meglio perchè sono maledettamente sovradimensionati, sprecando risorse. E lo possono fare perchè i capitali nel mercato unico fluiscono copiosi dalle zone periferiche al sicuro cuore tedesco così che finanziarsi a loro non costa nulla. In pratica sono efficienti usando i tuoi soldi.

Ora a qualcuno queste note sembreranno “già viste e lette”. Certo. Mi sono ispirato ad “Io li ho visti” che ho riesumato su  “Niente stronzate”, ovvero all’opinione che un certo mutante emiliano di mia conoscenza si era fatto dei tedeschi, vivendo e lavorando in Germania, prima che si sentisse tedesco Inutile dire che cinque anni dopo ha cambiato completamente idea: e quegli stessi sprechi e sovradimensionamenti ora sono diventati pubbliche teutoniche virtù:

uno stupido ponticello-passerella nella campagna tra D-Gerresheim e Erkrath, serve a superare una ferrovia locale. Non ci passano auto, ma solo pedoni e biciclette, ed e’ largo un metro e mezzo. Guardate i dimensionamenti.
Ora è certo e sicuro che sovradimensionare sia buono e giusto. Sovradimensionare è uno spreco solo quando lo fa un non tedesco.
Pubblicato in: La rete evanescente, Stipendi di giada

Vaporose reminiscenze di giada


I miei quattro lettori si saranno accorti che ho cominciato a riproporre-ribloggare-citare numerosi pezzi di altri, perpetrando il mio vizio di farmi copie locali di tutto per contrastare l’evanescenza della rete.

Oggi ne ho avuta l’ennesima prova: discutendo con un conoscente degli astronomici ed intoccabili stipendi dei dirigenti pubblici, roba da far sentire dei pezzenti i massimi dirigenti statali europei ed americani mi sovveniva proustianamente lo stilema ascoltato di sfuggita del

Luminoso dirigente dallo stipendio di Giada

che ho scoperto essere un gag del Dottor Frattale, al secolo Walter Fontana… cielo, roba di quindici anni fa, Aldo Grasso ne scriveva nel marzo 1999.

L’avrò visto una volta e mezze e me lo ricordavo più frizzante. Eccolo sul tubo, in attesa che zelanti programmi di protezione ipertrofica del diritto d’autore lo rimuovano:

Dicevo, cercandolo grazie alle prodezze della grande G mi sono imbattuto in questo indirizzo su faccia-libro https://it-it.facebook.com/note.php?note_id=205981939459464 il quale a sua volta riprendeva questo diario http://diksa53a.blogspot.com/2011/08/i-nababbi-dellagenzia-del-demanio.html . Già mi fregavo le mani credendo di aver trovato una fonte di interessanti riflessioni. Ci ho trovato questa laconica nota:

Presto questo blog potrebbe cessare le pubblicazioni.  Le motivazioni QUI Anzi: Ha cessato le pubblicazioni perché non vale la pena perdere tempo inutilmente.

Vabbè grazie, potevi almeno lasciarlo il resto dei contenuti. A buona memoria per non dover sempre fare affidamento ai superpoteri di archive.org vi ripropongo la notizia qua:

I NABABBI DELL’AGENZIA DEL DEMANIO Dirigenti con super stipendi da 300mila euro

15 agosto 2011 alle ore 15.22

Auto di lusso e mensa riservata a 7,50 euro

Li chiamano i magnifici 6 facendo il verso al titolo di un famoso western anni Sessanta, I magnifici 7, con Steve McQueen e Charles Bronson. Li chiamano così non perché sono valorosi e audaci come gli eroi del film, ma per via dei tanti benefici extralusso di cui godono. Sono i

6 direttori centrali del Demanio, alti papaveri dello Stato trattati non con i guanti bianchi, ma qualcosa di più, dal ministero del Tesoro, cioè da Giulio Tremonti. Lo stesso Tremonti che sta chiedendo lacrime e sangue agli italiani. I loro nomi sono sconosciuti ai più, eccoli: Carlo Bertagna, vice direttore, Paolo Maranca, capo dell’area operativa, Antonio Ronza, direttore delle risorse umane, Edoardo Maggini, direttore della pianificazione, Bruno Finmanò, responsabile degli affari finanziari, Marco Cima, direttore finanziario. Sopra ai 6 c’è un settimo, il direttore Maurizio Prato, un manager nominato proprio alcuni giorni fa anche presidente e amministratore del Poligrafico dello Stato, che però nella nomenklatura pubblica è un caso a sé. Secondo le versioni ufficiali, il suo incarico al Demanio sarebbe addirittura a costo zero per le casse pubbliche, cioè svolto in “spirito di servizio”, come si diceva un tempo.

A differenza dei loro pari grado delle altre agenzie fiscali, che pure non sono lasciati nell’indigenza come il poverello d’Assisi, i 6 del Demanio godono di stipendi che gli altri si sognano, gratifiche, gettoni di presenza, premi annuali, mensa riservata e a “prezzo politico”, cioè a pochi spiccioli, auto di lusso sempre a disposizione. Macchinone belle grandi con un leasing rinnovato proprio alcune settimane fa, Audi, Bmw e Volvo di grossa cilindrata e così ingombranti che per farle agevolmente entrare nel garage della sede, al numero 38 di piazza Barberini a Roma, all’inizio di luglio hanno dovuto chiamare i muratori per allargare l’ingresso. E nonostante il cortile della rimessa sia tutto per loro, non basta, perché secondo quanto risulta a fonti interne e qualificate, quando i 6 sono fuori dall’ufficio e si beccano una multa, magari per divieto di sosta, non devono sobbarcarsi la fatica di sbrigare la faccenda da soli.

A quel punto in soccorso arriva l’ufficio risorse umane che prende in carica la pratica. Per le auto dei 6, del resto, il Demanio paga pure premurosamente quegli invidiabili permessi comunali con il contrassegno “X” che consentono di percorrere le strade del centro a traffico limitato. Costo: un po’ meno di 600 euro l’uno. Insomma,i magnifici 6 sono una minicasta incistata nella casta. Un drappello di Paperoncini statali che ha attirato l’attenzione anche di un senatore della Lega nord, Piergiorgio Stiffoni, il quale ha rivolto un’interrogazione piuttosto ruvida al ministro Tremonti e ora parlando con Il Fatto Quotidiano invoca il classico “Basta!”. Secondo Stiffoni ai 6 vengono regalati perfino i bonus benzina. Il più alto in grado, Bertagna , è al Demanio da 10 anni e si sente così a suo agio, ben pagato e coccolato, che quando un po’ di tempo fa gli hanno proposto di diventare amministrare delegato di Sviluppo turismo, cioè un salto di carriera, ha rifiutato perché gli offrivano “solo220mila euro. Tutti quanti veleggiano con stipendi intorno ai 300mila euro all’anno, quasi un terzo in più dei pari grado delle altre agenzie fiscali. Che infatti li vedono come il fumo negli occhi. Per non parlare dei giovani quadri, bloccati nella carriera e fermi al palo di stipendi che non arrivano ai 60mila euro.

A disposizione i 6 hanno anche una foresteria riservata con tavolo in cristallo, al quinto piano del palazzo e una stupenda terrazza completa di gazebo per il relax dopo i pasti. I cibi sono forniti da una cucina annessa che secondo alcuni non avrebbe i necessari permessi di legge. Il costo del pranzo è da fast food: 7 euro e 50. Tutti e 6 fanno anche parte del Comitato di gestione e a ogni riunione ritirano un gettone di presenza. E in più alla fine dell’anno incassano un premio speciale, altri 50mila euro, per aver fatto il lavoro previsto, cioè per aver rispettato il contratto di servizio con il Tesoro. La fortuna dei 6 si chiama Elisabetta Spitz, la ex moglie di Marco Follini, lanciata da Gianni Letta al vertice del Demanio come direttrice. Fu lei a volere nel 2005 i 6 direttori e fu lei, che incassava uno stipendio di oltre 500mila euro, a volerli ricoprire d’oro e di benefit. Quando nel 2008 alla Spitz succedette Prato, sembra che quest’ultimo abbia timidamente tentato di interrompere la fiera. Ma Letta disse no e Prato si adeguò.

Daniele Martini ed Elisabetta Reguitti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

La ricopio a solo scopo didascalico, per contrastare l’eccessiva evanescenza della rete – è un mio pallino, oramai l’avrete capito – e per inagurare una specie di rubrica: mandarini dallo stipendio di giada.

O burocrati dallo stipendio di giada.

O alti papaveri dallo stipendio di giada.

Oppure semplicemente manager (pubblici) dallo stipendio di giada.

L’elenco è maledettamente facile da fare e continua coi dirigenti di Bankitalia e via discorrendo.

 

 

Pubblicato in: Citazioni, Mortadella files, Stappa un Prodino!

Mortadella files: I disastri di Prodi all’IRI (2°)


Nuova puntata dei Mortadella files, originariamente ritrovati su gist.github.com,  prontamente salvati e ve li riproporrò a piccole dosi; si sà, “verba volant, atque in retis”, la rete spesso è troppo evanescente

I disastri di Prodi all’IRI (2°)prodi-stupito

Così si sono mangiati l’Italia

Rivendicare con insolenza e orgoglio la propria storia professionale e, in particolare, la responsabilità delle disastrose privatizzazioni che hanno impoverito il Paese negli anni Novanta, dimostra quanto abbiamo già avuto modo di scrivere su Romano Prodi: è un uomo abile e fortunato. Calca la scena politica italiana da quasi trent’anni, si propone alla Seconda – e magari alla Terza – Repubblica, quando è figlio prediletto della degenerazione della Prima. Deve questa straordinaria resistenza, oltre alla buona stella che lo assiste, anche alla tenacia fuori dal comune, alla determinazione e alle ambizioni senza pari, oltre che un gran tempismo e soprattutto un discreto opportunismo. Il suo cursus honorum è costellato di incarichi prestigiosi assolti mediocremente: pessima la sua prima gestione del carrozzone Iri, disastrosa (seppur breve) la seconda, come inquilino di Palazzo Chigi è stato cacciato dalla stessa parte politica che là lo aveva mandato, da presidente della Commissione Ue si è attirato critiche unanimi della stampa internazionale… Eppure – sarà per quell’aria apparentemente inoffensiva e bonaria, da curato di campagna, che spinge i suoi avversari a sottovalutarlo (Massimo Giannini ha recentemente ironizzato: «I suoi artigli grondano bontà») – è sempre riuscito a risorgere dai propri fallimenti. Meglio: è riuscito spesso a far passare l’idea che venisse “epurato” per la propria ostinazione a difendere gli interessi generali invece che quelli dei soliti noti, proprio lui che ha sempre flirtato coi poteri forti e con le aree politiche legate a questi ultimi. Così, da ogni flop ha preso nuovo slancio, potendo contare sulle amicizie giuste, su un “ombrello” di potentati che l’hanno protetto, essendone lui fedele reggicoda. All’inizio fu la compatta falange della sinistra Dc, che poi risulterà non a caso l’unica componente dell’ex Balena Bianca a salvare le penne nella bufera giudiziaria di Tangentopoli. Poi, subito dopo, certi poteri italiani legati agli ambienti cattolici (Nanni Bazoli) e laici (Carlo De Benedetti ma anche Gianni Agnelli) del centrosinistra, con i conseguenti addentellati nel mondo dei mass media (garanzia di un appoggio propagandistico davvero indispensabile per un personaggio sostanzialmente inascoltabile come è lui). Infine, l’ombra lunga di Goldman Sachs.

È, questo, un capitolo piuttosto oscuro della nostra storia. Attraverso le privatizzazioni furono smantellati settori trainanti dell’economia italiana: quello agro-alimentare già dell’Iri (acquisito da gruppi inglesi, olandesi ed americani), il Nuovo Pignone dell’Eni, la siderurgia di Stato, l’Italtel, l’Imi. Sono state inoltre privatizzate Telecom (con le conseguenze che purtroppo stiamo osservando proprio in questi giorni) e in parte anche Enel ed Eni, già enti di Stato che potrebbero presto finire nelle mani delle solite multinazionali estere. Iniziatore e protagonista – pure reo confesso – di questo processo fu Prodi, prima come presidente dell’Iri, specie durante il suo secondo mandato (1993-94), poi come presidente del Consiglio (1996-99).
Ovviamente, una operazione così complessa non nasce né viene portata avanti da un uomo solo, perlopiù impacciato come è il professore bolognese. Serve un forte gruppo di potere. Ve ne sono alcuni, internazionali, particolarmente potenti: Bilderberg, Rothschild, Goldman Sachs… Prendiamo allora quest’ultimo, una cosiddetta merchant bank (banca d’affari) già presente al famoso summit del Britannia, dove si decise lo smantellamento dello Stato-imprenditore italiano; ha poi ricoperto un ruolo essenziale nel processo di privatizzazione delle partecipazioni statali, favorendo l’intervento delle grandi multinazionali sue clienti privilegiate e potendo contare per questo sull’amicizia di importanti uomini di potere nostrani, come Mario Draghi, che è stato fino all’altro ieri vicepresidente Goldman per l’Europa, e poi proprio il Romano Prodi, a più riprese consulente di livello della banca e per questo assai ben remunerato (3,1 miliardi di lire di compensi, come scrissero il Daily Telegraph e l’Economist).
Draghi, oltre che direttore generale del Tesoro tra il ’96 e il 2003, presiedette nel ’93 il Comitato per le privatizzazioni; nello stesso periodo Goldman Sachs, tramite il fondo Whitehall, acquisì nel 2000 l’ingente patrimonio immobiliare dell’Eni di San Donato Milanese, oltre agli immobili della Fondazione Carialo e, assieme alla Morgan Stanley, quelli della Unim, Ras e Toro. Prodi era presidente dell’Iri quando decise la privatizzazione della Credito Italiano proprio tramite la Goldman Sachs, che fissò il valore delle azioni a 2.075 lire, meno di quello di Borsa (che era a quota 2.230). Ma dobbiamo all’attuale premier anche la perdita di molti dei marchi storici del nostro comparto agroalimentare, ovviamente finiti (male) in mano straniera. Prodi concluse la cessione dell’Italgel (900 miliardi di fatturato) alla Nestlé per 703, così come l’assai discussa vendita della Cirio-Bertolli-De Rica (fatturato 110 miliardi, valutata 1.350), ad una fantomatica finanziaria lucana (Fisvi) al prezzo di 310 miliardi, che ne garantì il pagamento con la futura alienazione di parte del gruppo stesso alla multinazionale Unilever (ne abbiamo già parlato ieri a proposito del caso Sme).
Il marchio di Goldman Sachs ritorna prepotentemente alla ribalta ora, perché “suo” uomo è il sottosegretario all’Economia Massimo Tononi, che ha lasciato Londra dopo aver finanziato la campagna elettore del Professore con 100 mila euro, per occuparsi della presenza del Tesoro in società, come Eni ed Enel, oggetto del desiderio della merchant bank. Così come uomo Goldman è quel Claudio Costamagna, giovane banchiere dalla carriera folgorante, consulente di Rupert Murdoch nell’affare Telecom, il cui nome era circolato come possibile nuovo presidente della Cassa depositi e prestiti che avrebbe dovuto rilevare la rete fissa della nostra maggiore compagnia compagnia telefonica, in base al piano elaborato (artigianalmente? Vien davvero da dubitarne) dal fidato braccio destro di Prodi, il dimissionato Angelo Rovati. Tononi e Costamagna hanno lavorato per anni nello stesso team della Goldman Sachs, ça va sans dire. Insomma, l’intreccio è perlomeno curioso, nonché appassionante.
Ma proseguiamo e, per non sembrare cultori di spy story, buttiamoci nella concretezza dei numeri. Quello della Sme a De Benedetti non è l’unica cessione sballata che Prodi avrebbe voluto effettuare, a prezzi poi rivelatisi impropri. Pare essere proprio un vizietto del professore, sempre così generoso coi poteri che contano (passateci la malizia). Pensiamo alla Stet, ricca e potente finanziaria delle telecomunicazioni, che controllava Sip, ma anche Italtel e Sirti: nell’ottobre 1988 Iri vendette a Stet il 26% del pacchetto azionario Italtel per 440 miliardi, quando in base a un piano elaborato due anni prima da Prodi e Fiat ne avrebbe ricavati solo 210. O ancora, alla vicenda del Banco di Santo Spirito, acquistata dalla Cassa di risparmio di Roma diretta dal demitiano Pellegrino Capaldo: il progetto iniziale – appoggiato dall’attuale premier – prevedeva introiti per l’Iri tra i 350 e i 500 miliardi, mentre quello finale, profondamente trasformato, toccò quota 794 miliardi. Abbiamo già accennato alle cifre improprie della privatizzazione Credit, durante il “Prodi II” all’Iri. E forse varrebbe anche la pena di rievocare altre storiacce, come quella della sciagurata gestione del buco Finsider o dei fondi neri Italstat.
Ma vorremmo chiudere invece con l’episodio della vendita Alfa Romeo alla Fiat. Prodi, allora presidente Iri cui apparteneva il marchio del Biscione attraverso Finmeccanica, in tempi recenti ha sostenuto: «Volevo vendere l’Alfa alla Ford, fecero di tutto per impedirmelo e ci riuscirono». È stato subito smentito da Fabiano Fabiani, ex ad di Finmeccanica e all’epoca dei fatti a capo della delegazione che trattava per conto dell’azionista pubblico la cessione della casa automobilistica di Arese: «Non ho percepito un’opposizione di Prodi all’acquisizione dell’Alfa Romeo da parte della Fiat». Le cose andarono così. L’Alfa perdeva centinaia di miliardi l’anno eppure la Ford, probabilmente ritenendo che si potesse usare un nome di grande tradizione e una casa con clienti affezionatissimi per sbarcare in Europa, avanzò un’offerta assai generosa: ben 3.300 miliardi (secondo alcune fonti 4.000) per acquisire gradualmente il pieno controllo entro otto anni, piano di investimento di 4.000 miliardi per il quadriennio successivo all’acquisto, ottime garanzie per coloro che risultavano impiegati nel carrozzone. L’offerta venne formalizzata il 30 settembre del 1986 e restava valida fino al 7 novembre dello stesso anno. Tutti d’accordo? Non proprio. Prodi informò subito Cesare Romiti: nulla di male, poteva essere un tentativo per ottenere un rilancio Fiat, che puntualmente arrivò il 24 ottobre. Ma era assai deludente: prevedeva un prezzo di acquisto di 1.050 miliardi, in cinque rate senza interessi, prima rata nel 1993 (alla fine Fiat sborsò in realtà tra i 300 e i 400 miliardi), poi 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività. Bene : il 6 novembre l’Iri di Prodi cedette l’Alfa alla famiglia Agnelli, quella che dieci anni più tardi, con Mortadella al governo, sarebbe stata tenuta artificialmente a galla con gli ecoincentivi per l’auto.
«Per me in particolare sarebbe come sconfessare parte della mia storia professionale, visto che da presidente dell’Iri in quegli anni ho avviato uno dei più consistenti processi di privatizzazione intrapresi in Europa»: Prodi ha voluto ripetere nove volte questa frase, giovedì in Parlamento. Ma siamo davvero sicuri che sia un passato del quale menar vanto?

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Qualcosa da cui difendersi


Oggi leggendo L’Indipendenza ho trovato questo bel pezzo di Roberto Gorini «Uno Stato da cui difendersi» che vi ripropongo qua assieme ad alcune mie note:

Qual è la funzione fondamentale di uno Stato?leviatanoThomas Hobbes, il filosofo britannico che nel 1651 scrisse il libro “Leviatano” parlando appunto di Stato, ne da un’idea piuttosto precisa che andrebbe riletta. Sostanzialmente sostiene che i cittadini rinunciano a una parte della propria libertà per delegare autorità a un soggetto comune che garantisce protezione e pace nelle relazioni. Hobbes parlava di sudditi e monarca, ma con i dovuti distinguo per la diversa epoca e il limite della sintesi, la definizione sembra opportuna anche per i nostri tempi.

Ma cos’è oggi lo Stato ?

  • E’ un sistema che non paga, o paga molto lentamente ,i propri cittadini quando ne chiede un servizio.
  • E’ un sistema che spende continuamente più soldi di quello che raccoglie, pur chiedendo tantissimo.
  • E’ un sistema che non restituisce le tasse pagate in eccesso.
  • E’ un sistema che si indebita illimitatamente in nome e per conto dei propri rappresentati, dando come garanzia collaterale le tasse future, per generazioni.
  • E’ un sistema che preleva arbitrariamente la ricchezza dei propri cittadini in caso di bisogno, senza nessun rispetto per la proprietà privata.
  • E’ un sistema che per inefficienza chiede in pagamento sanzioni già pagate bloccando i beni del (non) debitore.
  • E’ un sistema che chiede sempre più autorizzazioni per permettere ai cittadini di lavorare (burocrazia).
  • E’ un sistema che non garantisce la certezza del diritto nelle relazioni tra i propri cittadini.

Quindi in definitiva se è vera la prima definizione, si può definire ancora Stato ?

Più o meno consapevolmente i cittadini sentono che questo sistema non funziona più, perché questo Stato non è un qualcosa con cui difendersi, ma è un qualcosa da cui difendersi.

Il passaggio originale di Hobbes è questo:

«Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la moltitudine così unita in una persona viene chiamata uno stato, in latino civitas. Questa è la generazione di quel grande Leviatano o piuttosto – per parlare con più riverenza – di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa…»

Thomas Hobbes, Leviatano p. 167

Ma per quale motivo Hobbes Bene è arrivato il momento di riprendersi il diritto di (auto)governarsi. Che è ben diverso dal fantasma dell’anarchia che i sostenitori degli stati-nazione centralistici ogni qual volta si cerca di ridurre lo strapotere

Da un grande potere derivano grandi responsabilità

Ben Parker al nipote Peter alias l’Uomo Ragno
Appunto lo Stato col suo grande potere, con tutti i suoi servitori ha dimostrato di non essere in grado di adempiere alle responsabilità che si è preso o che noi gli abbiamo dato o concesso. Forse i tempi son cambiati, son cambiate le situazioni ma soprattutto il Leviatano è ammalato;  un cancro micidiale lo ammorba; e questo cancro sono i suoi inefficienti ed autoreferenziali burocati che si assurgono a dei.

Analizziamo una per una i sintomi dello stato malato:

Spende continuamente più soldi di quello che raccoglie, pur chiedendo tantissimo.

In situazioni normali chi paga vuole innanzitutto sapere prima quanto pagherà e per che cosa. Invece possiamo solo mettere una crocetta e delegare. Come diceva il buon Gaber questa non è libertà. Perché può permettersi di dilapidare così le risorse che prende dai cittadini? Perché pretende anche di avere il privilegio essere monopolista in moltissimi campi: istruzione, sanità, pensioni, sicurezza, difesa, giustizia. Ora non tutti i campi possono essere aperti a più operatori, pensate agli ultimi tre punti – forze di polizia , esercito, magistratura. Ma è i primi tre, e specialmente sanità e pensioni che si concentrano le maggiori spese ed anche i maggiori sprechi.

Non restituisce le tasse pagate in eccesso.

Ma soprattutto com’è possibile arrivare all’assurdo di pagare troppe tasse? Perché come nella storia del lasciapassare A38 di Asterix le gerarchie burocratiche cercano di perpetrare sè stesse producendo regolamenti sempre più cavillosi, complicazioni assurde ed inutili che rendano impossibile pagare in modo corretto le tasse.

Guardando ai precedenti c’è un qualche speranza: c’è chi sostiete che la caduta dell’Impero Romano sia stata causata prima da un inefficiente allocazione di risorse (troppo esercito) che ha provocatoun eccesso di tasse prima e l’incapacità di riscuoterle poi.

Il sonno del buon senso genera mostri burocratici.

Si indebita illimitatamente in nome e per conto dei propri rappresentati, dando come garanzia collaterale le tasse future, per generazioni.

Ora fortunatamente non tutti sono fessi e il terribile spread è lì a ricordarcelo. Ed il fantomatico mercato che calcola questo spread non è composto da mefistofelici spiriti ma da persone che in ultima analisi anche se sono dei cocainomani megalomani sanno ancora

Preleva arbitrariamente la ricchezza dei propri cittadini in caso di bisogno, senza nessun rispetto per la proprietà privata.

Arbitrariamente IMU? Chi ha detto IMU? Il comodo esproprio in comode rate trentennali.

E’ un sistema che chiede sempre più autorizzazioni per permettere ai cittadini di lavorare (burocrazia).

Ricorda di chiedere il lasciapassare A39 al posto dell’A38. Poi inventati un numero di circolare a caso ed il gioco è fatto….

Non garantisce la certezza del diritto nelle relazioni tra i propri cittadini.

Questo accade per molti motivi; mi sembra che uno dei principali sia che la magistratura è stata infiltrata per decenni da chi aveva interesse a prendere il potere per via più o meno lecita (chi ha detto rivoluzione proletaria?); quindi ci ritroviamo una magistrura piena di personaggi che invece di voler amministrare la giustizia in nome e per conto dei cittadini sovrani si ritiene una specie di razza eletta che deve paternalisticamente guidare le masse volutamente tenute ignoranti. Nel far ciò bramano sopra ogni cosa di abbattere con ogni mezzo lecito e illecito il nemico, il Goldstein di turno. E nel far ciò dissipano risorse che si potevano proficuamente usare in altro modo. E non mi riferisco solo al cavaliere di Arcore. Ci sono molti oscuri magistrati che nutruno un odio viscerale ed un malcelato disprezzo per tutti coloro che cercano di costruire qualcosa in modo indipendente, liberi dai lacci e dai lacciuoli del Leviatano che hanno eletto a loro dio. Divinità di cui loro si sentono parte.

«Chi sei tu, lurido cittadino, per infastidire un divino burocrate come ME?» Questi pensieri mi sembra di leggere negli occhi di certi magistrati.

Pubblicato in: Citazioni

Le ridicole riduzioni.


Leggo su Google+ quelli del SEL tutti bagnati per l’eccitazione: Boldrini e Grasso si riducono stipendio del 30% “In Parlamento si lavorerà 5 giorni su 7” – Repubblica.it »

Cazzate.
In realtà han solo annunciato che cercheranno di trovare un modo di ridurre del 30%

Grazie. Da 13mila a 9mila. POVERININI.
Ipocriti.

Portatevi lo stipendio chessò al doppio di un metalmeccanico, a cifre di  1800-2000€ al mese al posto di novemila-euro-netti-al-mese poi ne riparliamo.

Incredibilmente – e ne sono ben contento – ci sono persino persone con qualche neurone ancora funzionante che leggono quel giornale di partito che è Repubblica:

Che magnifici eroi!!! Ben il 30% di uno stipendio da supermanager, davvero un atto di democrazia. Pero a me non la vendete, la vostra moto usata. E indubbio che il M5S ha aperto il cammino, adesso è troppo facile e demagogico saltare sul carro con riduzioni ridicole, che verranno osannate da stampa & televisione di regime come l’atto supremo, lasciando nell’oblio di alcuni italioti chi sono i veri rivoluzionari del sistema compensi.
maziociccio17 minuti fa
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Forse Danilo Castellano lei non lo sa ma i suoi parlamentari inclusa diaria e rimborsi vari prendono 2500 euro in meno degli altri, cioè 11.000 contro 13.500. Non è poi tutto sto gran sacrificio. Alla fin fine sti puri non sono poi così puri. Perciò fossi in lei non scaglierei tante pietre.
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La buona sanità è sia pubblica che privata (e lombarda)


Efficacia ed efficienza della sanità sono indipendenti dall’essere pubblica o privata!

Il tema sanità è caldo dopo la battuta di Monti e compagnia. Ne scrivono Triskel182 e Loris Filanti prendendo la vacca per le balle.

Partiamo dal pezzo di Triskel182 che ha dimenticato di attaccare il cervello: nel testo scrive una cosa poi mette un grafico che non dice proprio la stessa cosa. Ecco il grafico:

L’andamento della spesa sanitaria dello stato italiano dal 1996 al 2012

Parla di tagli. Ma quali tagli, il fondo sanitario è aumentato sempre negli ultimi 6 anni!
Parla di spallate al ssn. Quale spallata al sistema sanitario?

Quali tagli, quali manovre se il fondo sanitario è  costantemente AUMENTATO?
Il fondo sanitario di tutti e venti i sistemi sanitari regionali – già perché li amministrano le regioni – è passato da 93 miliardi di  € nel 2006 aumentando a  97miliardi nel 2007, poi 101, 104, 105, 106, per finire con 107 miliardi nel 2012.

Certo la spesa effettiva è sempre stata maggiore del fondo. Per forza! Ci sono un sacco di regioni che buttano miliardi nel cesso: Lazio, Campania, Sicilia,  Liguria,  Sardegna, Abruzzo, Molise, Calabria, Piemonte e Puglia. Sì anche il Piemonte che era amministrato dalla cara Mercedes Bresso ha fatto buchi e debiti!

Se la sanità costasse come quella Lombarda, Marchigiana o Sarda 97-99 miliardi basterebbero!

Leggetevi i dati che l’Istat ci fornisce graziosamente. La sanità lombarda, marchigiana e sarda costano rispettivamente 1633€, 1601€ e 1641€ a persona l’anno. Moltiplicato per gli abitanti di questo sciagurato stato (60.813mila) fanno rispettivamente 99,3 97,4 e 99,8miliari.

È sufficiente ridurre gli sprechi. Gli sprechi di LAZIO, PUGLIA, MOLISE eccetera.

Ne avevo già scritto mesi fa. Mi ripeto. Qualche pirla l’aveva anche fatta passare una legge del genere. Si chiamava federalismo fiscale. Il meccanismo si chiamava “costi standard”. L’articolo era “Gli sprechi in sanità: oltre 11 miliardi l’anno!” ed è ancora tutto valido.

Loris Filanti sulla sanità

Anche Loris Filanti ci mette del suo e ne scrive con il solito stile in una immagine che qui vi riporto qui in fianco, partendo anch’esso per la tangente. Grazie a Dio i motori di ricerca non fanno OCR sulle immagini da quel che sò così il suo testo non viene indicizzato. Perché è una stupidaggine.

Privato o pubblico non conta: deve essere efficace ed efficiente, curare bene, non fare debiti costando poco.

Basta leggere il documento dell’Istat per averne la prova provata. I dati oggettivi ed incontrovertibili sono lì sotto gli occhi di tutti. Bisogna volerli vedere.

Io sono orgoglioso della sanità lombarda.

La sanità lombarda – la sanità che è quasi per metà privata (45%), e costa 1630€ l’anno a testa. Stando a Wikipedia

Secondo l’ultima ricerca dell’OMS, risalente al 2000, l’Italia aveva il secondo sistema sanitario migliore del mondo in termini di efficienza di spesa e accesso alle cure pubbliche per i cittadini, dopo la Francia.

Capito? La seconda migliore sanità del mondo al Lombardo costava nel 2007 1633Eur (≈2350US$ al cambio dell’epoca), molto di meno di quella francese (2.844US$) e tedesca (2.758US$).

Curiosamente la stessa percentuale di privato che c’è in Lombardia c’è anche nel Lazio. La differenza? La sanità laziale è più costosa E crea debiti, un buco da 10 miliardi.